2006.12.12 – Fischi



Sono l’espressione del dissenso. Per certi versi potremmo considerarli una componente essenziale della democrazia.
Così, se siamo al Teatro alla Scala ed il tenore dell’Aida (Roberto Alagna) non ci piace, noi possiamo iniziare a fischiarlo sonoramente.
Quello – un po’ perché è sensibile, un po’ perché gli artisti se la tirano sempre e un po’ perché in democrazia è giusto che anche lui non condivida l’opinione del pubblico – esce di scena, mette il cappotto (Milano è fredda, ce lo insegnano Totò e Peppino De Filippo) e se ne va. Al suo posto, un altro tenore (Antonello Palombi) entra in scena in pantaloni e camicia e mette d’accordo tutti, perfino i notoriamente cattivissimi loggionisti della Scala. Con tutto il rispetto che di deve ad Alagna, una cosa meravigliosa. Palombi canta meglio, viva Palombi. Certo, tra un po’ la lirica finirà in mano agli allenatori, avremo il turn over delle voci (“stasera canti tu che sei più in palla, lui lo risparmio per giovedì che c’è il pubblico delle grandi occasioni”) e magari anche lo spogliatoio infuocato, ma potremmo sempre ricavarne un bel reality show da mandare in onda in prima serata.

Non tutte le situazioni, tuttavia, sono facili da risolvere come quella di Alagna e Palombi. Ieri, durante un suo comizio, il presidente dell’Iran, Mahmoud Ahmadi Nejad, è stato contestato da un gruppo di studenti. Si era al Politecnico di Teheran e alcuni giovani invocavano maggiore libertà di espressione e di associazione. Uno di loro innalzava un cartello con la scritta “Presidente fascista, il Politecnico non è il tuo posto”. Non sappiamo quale destino aspetta questo giovane barbuto e con gli occhiali. L’Iran non è un posto in cui si possa scherzare con le autorità e pensare di poterla passare liscia. Lì i fischi, il coraggio di esprimere il dissenso, non sono nemmeno lussi. Non sono, punto e basta. La risposta a essi è il carcere, la tortura, la condanna a morte. Non amo questo termine, per cui non definirò eroe quest’uomo e tutti coloro i quali manifestano questo grande coraggio, ma certo bisogna avere gratitudine verso queste persone perché con i loro gesti ci insegnano l’importanza della dignità umana. Una cosa mi ha fatto riflettere: per contestare Ahmadi Nejad, lo studente non ha usato un aggettivo qualsiasi, bensì uno ben preciso: “fascista”. Questa è una bella, seppur involontaria, lezione per un paese come il nostro in cui tale parola sta via via diventando non il più dispregiativo degli insulti (quello che in realtà è) ma un vocabolo qualsiasi, un termine che non indica né valori né disvalori. Anzi, una parola che, se proprio deve indicare qualcosa, indica più valori che disvalori. A questo è ridotta l’Italia, al dileggio dei padri della patria, alla non considerazione di chi, pagando un prezzo di sangue elevatissimo, ha cacciato dall’Italia l’esercito più feroce della storia ed il suo vile alleato italiano.

Torniamo ad Ahmadi Nejad: domenica a Teheran è cominciato un convegno, da lui voluto, in cui un certo numero di sedicenti storici illustra le proprie tesi negatrici dell’Olocausto. Notoriamente, Ahmadi Nejad ha una concezione disinvolta dei rapporti internazionali e nutre un disprezzo accentuato verso lo stato di Israele, da lui paragonato a un cancro da estirpare. Così si è sentito in dovere di organizzare questa disgustosa parata di squallidi individui i quali sostengono che i lager sarebbero un’invenzione degli ebrei per impossessarsi di Gerusalemme e altre idee similari. Se non ci trovassimo di fronte ad una tragedia storica di indefinibile portata ci sentiremmo di etichettare il tutto come bislacco. Invece, visto che con la storia e le tragedie non si scherza, non ci esimiamo dal definire vomitevole questo simposio di reietti dell’umanità, tra i quali fa il suo spicco un esponente del Ku Klux Klan (tanto per ribadire il livello…). Non manca un italiano, che non nomino nemmeno, che ha nel suo curriculum il fatto di essere nipote di Filippo Tommaso Marinetti. Buon sangue non mente.

Detto del coraggio che ci vuole a fischiare Mahmoud Ahmadi Nejad, va ricordato che domenica, durante il Motor Show di Bologna, Romano Prodi è stato sonoramente fischiato da un gruppo di una cinquantina di ragazzi. Si dirà: Bologna non è più Bologna. Quarant’anni fa il personale dell’autogrill di Cantagallo entrò in sciopero pur di non far mangiare Giorgio Almirante di passaggio sull’Autostrada, oggi il Presidente del Consiglio dei Ministri di un governo di sinistra viene sbeffeggiato come un democristianuccio qualsiasi (forse perché lo è?). Già, Bologna non è più Bologna, ma tornerebbe ad essere tale se la sinistra attuasse una politica realmente progressista. Sarà un mio pallino, ma io non sono d’accordo con Massimo D’Alema, il quale una volta sostenne che l’Italia è un paese “naturalmente” di destra. Ho un certo rispetto per il popolo e non lo ritengo stupido (fermo restando che gli stupidi non mancano). Sono invece convinto che esso sia un entità in grado di scegliere tra il bene ed il male (politicamente intesi, ovvio): si gestisca bene il patrimonio pubblico, che poi i voti si prendono, altro che paese “naturalmente” di destra. Ma questo è un discorso che ci porterebbe fuori tema. Rimaniamo ai fischi. Prodi sostiene che si è trattato di una sorta di agguato organizzato dalla destra locale (presumibilmente da AN). Da destra si afferma che nessuno di loro si è permesso di porre in essere una simile gazzarra. Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha detto che i fischi bolognesi sono legittimi (anche se lui non li condivide), che vanno tenuti in considerazione ma che sono assai meno rilevanti dei fischi che Epifani, Pezzotta e Bonanni hanno dovuto subire l’altro giorno allo stabilimento Fiat di Mirafiori. Bertinotti introduce così una classificazione dei fischi: a suo dire alcuni sono più rilevanti di altri. Volendo essere maligni, si potrebbe dire che il presidente della Camera fa il classista. In realtà, egli non ha tutti i torti. Sarà forse vero che la classe operaia non esiste più o che essa è in forte crisi di identità, tuttavia la consapevolezza politica della più grande fabbrica italiana merita rispetto (rispetto che non sempre ha avuto se erano 26 anni che i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL non andavano a Mirafiori), non fosse altro perché è difficile poter pensare che le sue contestazioni siano strumentalizzate da qualcuno. Ciò detto, che siano di una claque finian-berlusconiana o meno, non si prendano sottogamba nemmeno i fischi del Motor Show: è vero che in Italia c’è una democrazia e dove c’è una democrazia è facile fischiare, ma è anche vero che quasi nessuno fischia solo per hobby, condivisibili o meno che siano le sue ragioni.

Condivisibili paiono senz’altro le ragioni di quei ricercatori che hanno contestato il ministro Bersani a Bologna (Bologna, maledetta Bologna!!!), non al Motor Show bensì al convegno "Il futuro è nella ricerca industriale". I giovani – una cinquantina – rimproveravano all’esecutivo una cosa ben chiara: la Finanziaria regalerà alla ricerca industriale (imprese) 750 milioni di euro, mentre penalizzerà la ricerca pubblica e il diritto allo studio in puro Letizia Moratti style (1). Qui si dovrebbe riferire dell’uso pubblico che i mass media fanno delle notizie (e dei fischi). Domenica sera la notizia della contestazione a Bersani apriva con enfasi il TG5 del super-berlusconiano Carlo Rossella, mentre il TG1 dell’unionista Gianni Riotta nemmeno nominava l’accaduto in tutti i trenta minuti della sua durata. Un invito: non si strumentalizzano gli eventi in questo modo. Rossella spettacolarizzava l’evento senza approfondire le ragioni dei contestatori (l’importante era lanciare pietre contro Prodi), mentre Riotta nascondeva la testa sotto la sabbia. Il giornalismo dovrebbe essere servizio alla collettività, non agli interessi di partito.

Infine, la cosa più importante. È morto Augusto Pinochet, uno dei personaggi più luridi dell’ultimo secolo. La morte non cambia il giudizio storico sull’uomo, un piccolo vigliacco aiutato dagli USA a salire alla guida del Cile. Nixon e Kissinger trovavano infatti fastidioso che un socialista liberamente eletto dal popolo, Salvador Allende, potesse essere a capo dell’esecutivo di una nazione facente parte del grande continente americano, ciò che gli Stati Uniti considerano il loro cortile. Per non cadere in mano alle forze militari che organizzarono il golpe ai suoi danni, Allende si suicidò. Fu un gesto di enorme spessore. Egli comunque non sarebbe sopravvissuto agli eventi. Per lui era stato organizzato dai golpisti un aereo che ufficialmente doveva portarlo all’estero salvandogli la vita, ma, in realtà, era previsto che questo stesso aereo venisse colpito in volo uccidendo lui e tutti i suoi familiari. Era l’11 settembre 1973. Quasi trenta anni dopo, l’11 settembre 2001, gli USA avrebbero conosciuto la tragedia dell’attacco alle Twin Towers. La storia gioca brutti scherzi, a volte. Personalmente, non sono contento che Pinochet sia morto. Ha sofferto troppo poco, doveva provare sulla sua pelle tutto il dolore che ha inflitto ai suoi oppositori ed ai loro parenti (adoro la poesia di Primo Levi “Per Adolf Eichmann”, perché denota che anche un’invettiva, una maledizione, un augurio di tribolazione diretto ad una canaglia possa essere qualcosa di straordinariamente poetico e sincero, un evento da auspicare senza doversene pentire). Pinochet, quest’uomo di nessuna qualità morale ed intellettuale, poi, non salderà mai i suoi conti con la giustizia. La sua morte pare potrebbe bloccare ogni procedimento contro di lui. Questo mi addolora, perché se ciò avvenisse ancora una volta la violenza e l’arroganza avrebbero vinto sulla democrazia.

Cosa c’entrano i fischi con tutto questo? Semplice. Alla notizia del decesso dell’ex dittatore, una folla di cileni si è riversata in strada a festeggiare. Dopo un po’, la polizia ha caricato i manifestanti e lanciato lacrimogeni. Da democratico, fischio e contesto. Perché impedire a questa gente di festeggiare detto evento nella piazza principale di Santiago? E fischio anche all’indirizzo di quel ragazzino cileno intervistato dal Tg1 domenica o lunedì sera. Era in fila a rendere omaggio alla salma della carogna. Al microfono ha detto più o meno che Pinochet era una bravissima persona, che glielo aveva detto suo padre e che a scuola certe cose non le insegnano perché la storia è tutta scritta da storici comunisti. Il ragazzino, e soprattutto quel galantuomo di suo padre, mi hanno fatto pena. Parlano perché in democrazia tutto si può dire e perché noi ci arroghiamo il compito di garantire a tutti libertà di espressione. Nel Cile che loro amano essi non avrebbero potuto dire tutto quello che gli passava per la testa. Ogni eventuale loro disobbedienza sarebbe stata pagata con la tortura e/o con la morte. Per quanto concerne gli storici (cosa che mi chiama in causa), direi che possono sempre farsi mandare gli atti della conferenza anti-semita organizzata da Ahmadi Nejad. Non credo che lì troverebbero opinioni di comunisti né ricostruzioni particolarmente rivoluzionarie degli eventi. Certo, la qualità scientifica degli interventi non sarebbe eccelsa. Ma vuoi mettere la soddisfazione di non sentire nessun fischio, di non avvertire quell’insopportabile fastidio che la democrazia porta con sé? Una meravigliosa ed ovattata imbecillità, questo è ciò che si chiede al mondo. Il sangue degli oppositori, peraltro, non ha mai fatto rumore.

Tutto torna, mi pare.