2006.11.27 - Un giorno come un altro
Sabato pomeriggio. Campello sul Clitumno, tranquillo paesino dell’Umbria,
non lontano da Spoleto.
Una fabbrica, la Umbra Olii, che si occupa di raffinazione.
Cinque lavoratori di una ditta in appalto che effettuano lavori di manutenzione
degli impianti. Un giorno come un altro, insomma. Certo, si è in una delle zone
più belle del mondo, ma con il tempo ci si abitua anche a questo.Pochi sanno, o pochi ricordano, che in Italia ci sono almeno 1.200 decessi annui per infortuni sul lavoro. Il numero delle persone che riportano invalidità può essere moltiplicato per dieci o anche di più. Il paese non si interessa a queste cose, siamo tutti impegnati a considerare vicende che ci paiono molto più importanti di queste. Ce n’è una che va per la maggiore in questi giorni ed è quella di un comico sulla sessantina che ha deciso di lasciare la sua bionda fidanzata di trent’anni più giovane in quanto questa – essendosi non stoltamente resa conto che la propria fortuna non è rappresentata dalla sua materia grigia bensì da ciò su cui è seduta – ha deciso di posare nuda per un calendario. Pare che questo fenomeno (non quello dei calendari, quello del disinteresse verso gli eventi sociali di rilievo) possa essere chiamato riflusso. Tuttavia, poiché detto termine ha almeno quattro o cinque lustri e non c’è la minima traccia di un flusso che spazzi il riflusso di cui sopra, io proporrei di cambiare la categoria interpretativa e di passare a quella della lobotomia di massa. Mi sembra renda meglio l’idea della situazione.
Ciò detto, non mi è dato sapere se quei cinque lavoratori sappiano, o abbiano sentito dire, che 1.200 uomini e donne ogni anno perdono la vita mentre svolgono una mansione che consente loro (meglio, che dovrebbe consentire loro) di tradurre in pratica il diritto-base della cittadinanza: quello ad un’esistenza dignitosa. Già, perché il lavoro è un diritto (è una cosa troppo grossa da dire in tempi di riflusso?) che, come tale, le istituzioni hanno il dovere (si noti, il dovere) di garantire sia dal punto di vista quantitativo (lotta alla disoccupazione) sia dal punto di vista qualitativo (sicurezza delle condizioni di svolgimento dell’attività lavorativa, tutela della salute di operai ed impiegati e così via). Tuttavia, che i cinque lo sappiano o meno, rimane il fatto che in Italia (paese che vuol definirsi progredito) muoiono mediamente quasi quattro persone al giorno per incidenti sul lavoro. Peraltro la media si riferisce a dati ufficiali che non so in quale misura possono tenere conto della gran quantità di sommerso esistente nel nostro paese.
Non mi è dato di sapere nemmeno se quei cinque lavoratori sanno che la rossa e progressista Umbria è la regione italiana in cui la frequenza degli infortuni professionali è più elevata. Forse non si sono mai posti il problema, forse sono giovani e comunque è probabile gli venga più facile parlare di quanto sia stupido quel comico che ha lasciato quella bellissima ragazza bionda che ha trent’anni meno di lui. Del resto, come dare loro torto? Sembra sempre che le cose capitino agli altri e mai a noi. E la bionda, sia detto con il massimo rispetto per il suo ex, è un argomento straordinario.
Non so nulla, non so quale siano stati il pensiero, il gesto, la parola prima dell’esplosione. Non so nemmeno da cosa siano stati causati l’esplosione ed il successivo incendio che verso le tredici devastano la fabbrica di Campello. Non lo sanno ancora nemmeno i magistrati che stanno indagando sui fatti. So solo che quattro di quei lavoratori perdono la vita e che il quinto si salva per miracolo. L’evento è talmente drammatico che due cadaveri, a 60 ore dall’accaduto, non sono ancora stati ritrovati, mentre gli altri due sono sostanzialmente irriconoscibili.
Un dramma. Quattro lavoratori che lasciano nella solitudine altrettante famiglie. La morte di ognuno di loro è la morte di molte persone. Ognuno di loro muore sì in quanto essere umano, ma anche in quanto marito, padre, figlio e decede in due, tre, dieci occasioni, ogni volta in modo diverso (ma sempre doloroso) a seconda del grado di parentela.
Ho comprato “la Repubblica” oggi. Sono rimasto male. Luciano Gallino, lucido e franco come sempre, descriveva le insufficienze del sistema di prevenzione e controllo degli infortuni sul lavoro nel nostro paese, narrava di controlli che, a causa della scarsità di personale, per ogni impresa avvengono mediamente una volta ogni sei anni (una cifra da età della pietra) e scriveva: “Per dire, mille nuovi ispettori del lavoro potrebbero essere assunti in pochi mesi mediante un decreto” (1). Insomma, Gallino invocava provvedimenti concreti, una nuova legge, misure reali per porre un freno a questo stillicidio di vite umane. Dal canto suo, il ministro del Lavoro, Cesare Damiano (DS), in un’intervista pubblicata sul medesimo giornale a p.9 diceva: “Ci vuole un impegno straordinario, ci vuole una nuova coscienza […] Parlerò con gli editori dei giornali, parlerò con i giornalisti. Penso a una grande campagna di sensibilizzazione. Penso in particolare a un canale digitale terrestre della Rai dedicato alla sicurezza sul lavoro, a rubriche di informazione che aggiornino sulla legislazione e sugli accadimenti,… un osservatorio permanente”. Insomma, il nulla, l’aria fritta, le mosche catturate con il bazooka. Poi ci si chiede perché la sinistra, i DS in modo particolare, non abbiano credibilità e perdano voti in continuazione. Dico, ma può un ministro mettersi a parlare di proposte similmente fumose ed inutili? Un canale tv sul digitale terrestre avrebbe un impatto sul numero degli infortuni sul lavoro pari a zero, solo un bambino o uno stolto con i contro-fiocchi potrebbe pensare il contrario. Probabilmente il ministro pensava che affermare la necessità di assumere più ispettori del lavoro lo avrebbe automaticamente inserito tra i fautori della crescita della spesa pubblica e, poiché la spesa pubblica non deve crescere in omaggio al verbo neoliberista che lui e le altre menti non propriamente lucidissime del suo partito hanno sposato acriticamente, egli avrebbe dovuto cospargersi il capo di cenere di fronte ai salotti buoni. Avesse parlato con più saggezza e più passione (e con toni più adatti al suo ruolo) avrebbe fatto una figura migliore, così ha solo mostrato la totale incapacità di comprensione di un fenomeno di inaudita gravità. Il Presidente della Repubblica, che per nostra fortuna è uomo di un’altra generazione, di un’altra cultura e di un’altra pasta, già in almeno tre occasioni successive al suo insediamento ha chiesto più tutela per i lavoratori. Si spera che Damiano, qualora installasse di persona i decoder per il digitale terrestre, si cauteli con tutte le misure anti-infortunistiche del caso: sarebbe paradossale se egli prendesse la scossa per diffondere il suo fondamentale Verbo televisivo pro sicurezza sul lavoro.
Non so come finirà la vicenda di Campello sul Clitumno. Spero che, qualora vi siano responsabilità da parte di qualcuno, questo qualcuno sia chiamato a risponderne nel modo più completo, in maniera da rendere giustizia alle vittime dei deceduti. Io, tuttavia, non sono granché ottimista. Come tutti i decessi sul lavoro, se ne parla due o tre giorni e poi si dimentica tutto. Anzi, a volte non se ne parla proprio per niente perché tutto lo spazio è preso da tutto questo vippume insulso verso il quale provo pena e disprezzo.
Temo una cosa. Che sabato 25 novembre 2006 a breve verrà considerato un giorno in cui in Italia ci sono stati quattro morti sul lavoro. Un giorno come un altro. Certo, in una delle zone più belle del mondo. Ma con il tempo, va da sé, ci si abitua anche a questo.
NOTE
(1) Luciano Gallino, “Lo scandalo del lavoro che uccide”, in “la Repubblica” del 27 novembre 2006, pp.1-22.