2006.11.25 - Partito Democratico
Non se ne è accorto quasi nessuno ma c’è un progetto che prevede
l’unificazione tra i due più importanti (in termini di consenso elettorale)
partiti del centro-sinistra italiano.
Invece, nulla di tutto questo. Nessun dibattito e pochissimi articoli sui giornali. Si sa solo di un gruppo di tre (e sottolineasi, tre) intellettuali che stanno lavorando a un programma (o ad un manifesto, non l’ho ben capito) nascosti o sul Monte Ararat o in Camargue o nel centro di Roma, ma comunque nascosti, che la gente non sappia. Per il resto, è il solito dibattito di potere: c’è chi vuole un PD unitissimo e chi lo vuole federale; chi lo vuole socialdemocratico e chi liberal o perfino nel PPE; chi lo vuole aperto e chi lo vuole chiuso; chi lo vuole forte nei giorni pari e chi nei giorni dispari. Insomma, tutte elucubrazioni di ingegneria politica. Ovviamente, esse non sono dannose in sé – sono anzi necessarie e giuste – ma rappresentano il sintomo di un danno quando, come ora, sono le uniche discussioni poste in essere in circostanze di tale importanza.
Risulta davvero difficile comprendere le ragioni sottostanti alla deriva autorappresentativa della politica italiana. Essa appare sempre molto, troppo lontana dalle istanze popolari. Non si vuole dire che vi sia una necessità di populismo, non foss’altro perché nel quinquennio di governo della CdL abbiamo dovuto sorbirci anche quello e non foss’altro perché chi scrive è tutt’altro che populista. Si vuol invece dire che l’avvento al potere, inteso come arrivo all’esecutivo nazionale, non deve essere il fine di un partito politico (come oggi, purtroppo, di norma avviene) bensì il mezzo attraverso il quale attuare un’opera di servizio nei confronti della collettività.
Il non-dibattito intorno alla nascita del PD pare dare ragione a quegli studiosi che ritengono la politica una sorta di mercato delle opinioni. Numerosi sono oggi i politologi che vedono gli attuali partiti politici muoversi con i medesimi meccanismi e le medesime intenzioni di aziende: essi individuano un target e gli vendono le proprie posizioni culturali in cambio del voto. Nessun disegno di politica “alta”, nessuna volontà di governare la società e meno che mai, pare superfluo sottolinearlo, di cambiare il mondo e di contribuire all’avanzamento culturale delle masse. È un’analisi molto dura ma (mi duole dirlo) piuttosto veritiera.
La fusione tra DS e Margherita non è che una mera operazione tra segreterie, qualcosa che passa al di sopra delle teste dei militanti. Intendiamoci, l’idea di una semplificazione del panorama politico nazionale è meritoria, ma essa deve essere conseguenza di un’analisi ad ampio spettro della situazione socio-economica del paese e del varo di un programma serio di riforme sociali. Invece qui si sta facendo l’esatto contrario. Prima il matrimonio poi, se c’è tempo, analisi e programmi. Insomma, più che di un nuovo progetto politico, si tratta di un qualcosa molto somigliante ad una fusione tra due aziende che si sono rese conto di come farsi concorrenza sia meno conveniente di mettersi insieme.
Una volta c’erano gli ideali e l’idea di trasformazione sociale. Oggi è rimasta l’idea del potere come gestione dell’esistente. Un lavoro, non un dovere. Sarò fuori moda, ma tutto ciò mi incute tristezza.
PS: Apprendo dalla lettura dei giornali che la commissione degli intellettuali non è composta da tre, bensì da dodici persone (ero stato male informato e mi scuso con tutti). Si vedono una volta la settimana. Speriamo non si affatichino troppo.