2006.11.18 - Avere coscienza
Era una mattina di fine maggio, pare. Il posto: l’Istituto Superiore per
Grafici pubblicitari “Albe Steiner”, alla periferia di Torino.
Tre ragazzi minorenni si divertono ad umiliare un loro compagno di classe
autistico, semi-sordo e scarsamente vedente. Uno lo picchia, un altro scrive
sulla lavagna il simbolo delle SS e fa il saluto romano (povero Albe Steiner,
questi tizi che frequentano una scuola che porta il tuo nome non sanno cosa tu
abbia fatto nella vita…) e il terzo riprende lo squallido episodio con il
telefonino. Una ragazza mette il video su Google. Ne nasce uno scandalo. I
quattro ragazzi vengono sospesi per un anno dalla scuola. Dovranno svolgere
attività di recupero sociale. La Magistratura penserà al resto, e mi auguro sia
ancor più severa.Detto del fatto, tutti a chiedersi le cause e le ragioni. Ognuno di noi può farsi un’idea diversa. Da chi pensa che gli imbecilli siano sempre esistiti in tutte le epoche e sempre esisteranno a chi ritiene che invece il tutto dipenda dai guasti della nostra società, passando per tutte le gamme intermedie possibili.
Quel che è certo è che i quattro ragazzi autori della bravata non hanno un vissuto di sofferenze familiari, sono tutti mediamente agiati e vivono in belle case. Non c’entra il “disagio” classicamente inteso, quindi. Né penso si possa parlare di “bullismo”, parola che peraltro indica tutto e niente.
Credo però che la nostra società c’entri molto. Mi chiedo che mondo stiamo creando ed in che direzione stiamo andando. Sempre fuori di casa, sempre intenti a lavorare, sempre impegnati ad accumulare denaro, ci accorgiamo davvero che i nostri figli crescono? E ci accorgiamo di “come” crescono? Ci accorgiamo davvero che non diamo presenza fisica ed affettività reale, ma solo un suo surrogato fatto di merci, siano esse abiti griffati e/o cellulari? Ci siamo resi conto che i nostri figli sono educati dalla tv e dal computer, cui si rapportano per quanto tempo vogliono perché noi non ci siamo mai?
Ormai la nostra società ha industrializzato anche i rapporti familiari: i vecchi sono affidati alle badanti, donne di ceto sociale inferiore cui corrispondiamo uno stipendio. I figli sono invece affidati ad asili nido e scuole materne, dell’obbligo e superiori (il che è ancora accettabile, si badi bene) e per il resto del giorno a baby sitter, anche qui corrispondendo uno stipendio. In pratica, siamo datori di lavoro, gestori di un’impresa di servizi che ha come campo di azione la nostra famiglia. Quando non possiamo essere imprenditori a causa della carenza di soldi, affidiamo i figli a loro stessi, il che vuol dire dare ad un ragazzino una facoltà che non può avere: gestirsi da solo.
È vero che la scuola è scesa di livello, ma stavolta non c’entra nulla. È facile dare la colpa sempre agli altri, è il modo migliore per non vedere le proprie responsabilità. La scuola fa molto. Anzi, considerato il modo in cui è stata ridotta da un decennio di ministri che hanno pensato solo ad affossarla, fa anche troppo. Ad essa, peraltro, non è affidato il monopolio della formazione dei ragazzi. Essa spetta anche a noi, intesi come genitori, fratelli, zii e quant’altro, ma noi non abbiamo più il tempo per farlo, né vogliamo averlo. Abbiamo solo tempo per lavorare, guadagnare e comprare.
Non stupiamoci se poi, dietro a quel figlio che sembra un angelo, si cela un imbecille disperato. La colpa non è sua, è soprattutto nostra che di questo sistema siamo artefici e contemporaneamente vittime. La colpa è della solitudine in cui lo lasciamo, dal vuoto pneumatico che gli facciamo vivere ogni giorno. Da questa situazione si esce solo cambiando il nostro modo di pensare, conferendo di nuovo alle relazioni interpersonali il loro valore, impegnandosi per costruire una società in cui si lavori molto di meno e si dedichi alla convivialità un tempo maggiore. Se non faremo questo, se non ci batteremo per un mondo più a misura d’uomo, assisteremo a molti altri esempi di piccoli mostri cui non manca niente e che per qualsiasi motivo prendono a sberle un coetaneo disabile, lo filmano con il telefonino e lo mettono in internet nella categoria “video divertenti” con tanto di saluto romano.
Bisogna avere coscienza di quale oceano di non-affettività caratterizzi la nostra società. Per ripartire ed edificare un mondo migliore non bisogna celarsi la verità né farsi sconti. Se è vero che quei ragazzi sono anch’essi vittime del mondo in cui viviamo, è doveroso non richiedere per loro pene corporali, castrazioni chimiche, mutilazioni genitali o addirittura pene di morte. Tuttavia bisognerà far loro presente che persone essi siano oggi, quale sia il loro livello etico, dirglielo ben bene affinché provino un minimo di vergogna e si riabilitino, maturando una piena coscienza di sé. Urge perciò che qualcuno gli dica senza infingimenti che attualmente sono delle emerite teste di cazzo e che sta a loro riabilitarsi. Poche carezze e molta franchezza. E che tutti noi si comprenda che si corre il rischio di allevare figli come quelli. È una brutta verità, lo so, ma c’è solo questa.