2006.11.14 - Consumo critico. Non comprate il libro di Bruno Vespa


Ne esce uno ogni anno alla metà di novembre con una puntualità che farebbe invidia al più pignolo degli svizzeri. Mi riferisco ai libri firmati da Bruno Vespa.
Nemmeno quest’anno il giornalista che ha fatto del rigore la sua bandiera professionale (dalla storico servizio in cui annunciava all’Italia tutta che Pietro Valpreda era l’autore della strage di Piazza Fontana alla firma del berlusconiano “Contratto con gli italiani” avvenuta nello studio tv di “Porta a porta” passando per l’indimenticabile intervista a braccetto con Arnaldo Forlani) ha voluto far mancare il suo prestigioso contributo intellettuale alla comprensione dell’andamento delle sorti della patria, e così la Mondadori (in collaborazione con Rai-Eri) ha dato alle stampe “L’Italia spezzata. Un paese a metà tra Prodi e Berlusconi”. Lo si può trovare in ogni libreria d’Italia. Costo: 18,00 €.



Come ogni anno, il buon Vespa ha iniziato il giro delle sette Chiese per promuovere il suo libro. Nei prossimi 30 giorni lo vedremo in ogni dove. A parlare sottovoce nelle trasmissioni religiose come ad affettare le cipolle per il soffritto (ovviamente senza piangere) da Antonella Clerici. Seduto con le gambe incrociate e l’indice alzato da persona supponente da Pippo Baudo come in piedi, con il panorama di Roma sullo sfondo, alla fine del Tg1. A distribuire i biglietti della Lotteria Italia come a fare la stessa cosa con le immagini di Padre Pio. Non ci è dato sapere cosa non farebbe il nostro eroe pur di vendere il libro con il proprio nome stampato in copertina. Non ha mai partecipato ad un reality show, è vero, ma il suo “Porta a porta” è in realtà un reality che lui conduce con sapienza mescolando gli ingredienti della frivolezza e del voyeurismo mediatico. Se solo si pensa a quante puntate di “Porta a porta” sono state dedicate al delitto di Cogne ed alla madonna piangente Anna Maria Franzoni, con tanto di plastici ed esercito di sedicenti esperti prezzolati, si può avere un’idea di come il programma di Vespa sia molto più ricco di colpi di scena de “L’isola dei famosi”, nonostante l’handicap del minor tasso di esotismo rispetto alla trasmissione di Simona Ventura. A questo è ridotta l’informazione televisiva, purtroppo…

Come detto in precedenza, questo non è il primo libro firmato da Vespa. È dalla metà degli anni Novanta che l’abruzzese più famoso del mondo ci tiene compagnia con titoli come “La Sfida”, “La corsa”, “Scontro finale. Chi vincerà l’ultimo duello”, “I dieci anni che hanno sconvolto l’Italia” (che John Reed lo perdoni), “La scossa. Il cambiamento italiano nel mondo che trema” e così via. Nel mio piccolo ho sempre pensato che i toni altisonanti dei titoli cerchino di bilanciare una scarsità contenutistica. Vespa, se non altro, ha avuto il pregio di rafforzare in me questa convinzione.

Da quattro o cinque anni a questa parte, Vespa si è messo in testa di scrivere libri di storia. Da un certo punto di vista, posso capirlo. Non c’è infatti mattina in cui un cittadino italiano che abbia la sola dote di aver concluso la scuola dell’obbligo non si alzi e tonitruantemente dica a sé stesso: “Voglio scrivere un libro di storia!”. Perché non avrebbe dovuto farlo anche Vespa? Infatti l’ha fatto ed i tuoni della sua voce hanno risuonato in modo spaventoso lungo tutta la Roma-L’Aquila. Nel 2004 è perciò uscito a suo nome “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi. 1943 l’arresto del Duce, 2005 la sfida di Prodi”. Già dal titolo si evince una certa schizofrenia intellettuale, perché di solito gli storici (quelli veri, intendo) mettono in evidenza i nessi e danno all’arco cronologico della loro ricerca un senso argomentativo e scientifico. Ora, anche una persona dotata della massima indulgenza e buona volontà non riesce nemmeno sotto tortura a trovare un filo logico che unisca quel miserrimo individuo di Mussolini sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo e fatto arrestare da Vittorio Emanuele III a Prodi che inizia la campagna elettorale. Sarebbe più sensato scrivere “Storia dell’industria italiana dall’Ansaldo a Rocco Siffredi”, il che è tutto dire.

Il buon Karl Marx disse che la storia si ripete e che, dopo essersi presentata come tragedia, la seconda volta essa assume i contorni della farsa. Vespa non ha saputo presentarsi come un’eccezione ma si è sentito comunque in dovere di confermare la regola. Ciò spiega l’uscita, avvenuta lo scorso anno, di “Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio. Dalle leggi razziali a Berlusconi e Prodi”. Qui si fa fatica a scherzare. Pensare che possano essere accostate una vicenda di un’infamia assoluta come furono le leggi anti-ebraiche del 1938 ed un semplice confronto elettorale – per quanto acceso – denota non solo l’incapacità di sapersi porre con serietà e rigore dinanzi ad un tema scientifico, ma soprattutto, il che è assai peggio, un uso disinvolto e deontologicamente riprovevole della storia. Oltre a ciò, si pensi che libri del genere sono stati preparati in un anno. Chi ha confidenza con gli studi storici da bene che tematiche così ampie ne richiedono molti di più (a volte intere esistenze), con approfondimenti bibliografici infinitamente più ampi di quelli presenti nei libri firmati da Vespa e con documenti di archivio che, nei volumi sui quali è impresso il nome del giornalista abruzzese, non sono minimamente presenti.

Sergio Luzzatto, che è uno storico vero, di quelli bravi e preparati, ha così scritto nella introduzione del libro di Rosario Bentivegna “Via Rasella. La storia mistificata. Carteggio con Bruno Vespa”, edito quest’anno dalla Manifestolibri:

“Non si rischia granché a prevedere che il destino dell’ultimo capolavoro somiglierà a quello dei volumi che lo hanno preceduto […] Dopo avere scalato le classifiche dei titoli più venduti ala vigilia del Natale, Vincitori e vinti [il libro scritto dall’abruzzese lo scorso anno] finirà rapidamente dimenticato, inscaffalato, inutile: dall’Epifania in poi, a nessun recensore (e probabilmente a nessun lettore) verrà più in mente di interrogarsi sul suo contenuto. Quanto agli storici di mestiere, ormai abituati a operazioni di uso pubblico del passato del genere di quelle  care a Bruno Vespa o a Gianpaolo Pansa – la guerra di liberazione come una carneficina altrettanto sanguinolenta che gratuita; gli eccidi perpetrati dai neri ampiamente compensati da quelli perpetrati dai rossi; il delitto Gentile contro il delitto Rosselli, i fratelli Covoni contro i fratelli Cervi, il triangolo della morte emiliano contro la Resistenza sulle montagne, eccetera –, pochi fra loro avranno il coraggio di prendere in mano Vincitori e vinti e di guardarci dentro, magari per riflettere intorno ai guasti morali e civili di una storia raccontata dai dilettanti.

A partire dall’inverno 2006, nessuno più si ricorderà di quanto pure era sembrato, nell’autunno 2005, così importante da meritare al libro di Vespa in uscita i lanci delle agenzie e i titoloni dei giornali. Né qualcuno si prenderà la pena di denunziare il malcostume culturale di un paese dove le vicende della nostra storia contemporanea […] vengono trattate con la leggerezza dello scoop ferragostano di un rotocalco popolare. Un paese dove tutti, ma proprio tutti gli opinion-makers – i giornalisti bravi come gli scarsi, i politici progressisti come i reazionari, gli intellettuali a ricarica come quelli a gettone – si sentono in diritto e quasi in dovere di commentare le anticipazioni su quello che Berlusconi ha detto a Vespa sui caduti Nassiriya, o su quello che D’Alema ha detto a Vespa su Piazzale Loreto… Un paese cioè dove non solo gli ignoranti, ma anche i colti riconoscono al giornalista Bruno Vespa le carte in regola per esercitare il suo nuovo mestiere, a cui nulla lo ha preparato e in cui è totalmente incapace: il mestiere di storico” (pp.8-9).

Il libro in questione tratta una clamorosa (ma non involontaria) svista presente nel già citato libro firmato da Bruno Vespa “Vincitori e vinti” a proposito di Via Rasella, sottolineando la totale impreparazione di Vespa al mestiere di storico e la sua disinvoltura deontologica.

Ciò detto, sicuramente anche quest’anno ci sarà la fila in libreria per comparare “L’Italia spezzata. Un paese a metà tra Prodi e Berlusconi”. Alcuni lo faranno in buona fede (anche Vespa può piacere), qualcuno per quell’insano masochismo che a volte prende gli intellettuali, i più perché culturalmente non avveduti. Ci sono quelle persone che entrano in libreria una volta l’anno, nel mese di dicembre, per fare un regalo natalizio al parente colto, o al nipote che studia (famiglie disgraziate quelle con i nipoti che studiano. Andassero a fare gli idraulici, guadagnerebbero molto di più e sarebbero molto più rilassati). Ebbene, queste persone o sceglieranno il libro che vedono maggiormente strombazzato in tv (la maledetta tv) e quindi compreranno il libro griffato Vespa pensando con ingenuità di aver preso una Treccani per meno di 20 €. Oppure si rivolgeranno al libraio, e qui scatta l’inganno infido. Una volta, diciamo fino a dieci-quindici anni fa, ci si poteva fidare di un libraio molto di più di quanto ci si fidava del proprio medico e del proprio farmacista. Il libraio sapeva intimorire anche il cliente dalla cultura più solida, era un’autorità, un democratico prefetto del sapere. Un libro consigliato dal proprio libraio non dico che cambiasse la vita, ma certo dava gioia a chi leggeva e non faceva fare brutte figure a chi regalava. Adesso, invece, tutto è cambiato. Innanzitutto non è facile trovare librai che leggano e che siano culturalmente preparati (drammatica la volta in cui entrai in una libreria Feltrinelli di Roma per comprare una stampa di Picasso e la libraia mi disse di avere una “Guernica a colori”. La “Guernica” di Picasso a colori?!? Ammetto di essere uscito bestemmiando). Non sono scomparsi del tutto, ma sono diminuiti, bisognerebbe farli mettere sotto tutela da Slow Food (non si scherza poi troppo…). Per di più, è cambiata la strategia delle grandi case editrici, le quali non guardano più in faccia a nessuno. Per cui, il povero libraio, anch’esso vittima del turbo-capitalismo, quando è chiamato a consigliare il proprio cliente non può più farlo disinteressatamente come una volta, quando per lui vendere un libro della più grande casa editrice del mondo era esattamente la stessa cosa che venderne uno dell’editore Tizio&Caio di Roccacannuccia. Oggi è probabilissimo che le grandi case editrici diano dei premi a chi vende più tomi da loro editi, per cui conviene vendere di più “certi” volumi che altri. E Vespa è sotto contratto con la più grande, nonché commercialmente più agguerrita, casa editrice italiana.

Ditelo a tutti: non comprate “L’Italia spezzata”. A Natale regalate(vi) e/o fate(vi) regalare qualche altro volume (ce ne sono di così belli ed interessanti…), oppure date i soldi ad Emergency o a qualche altra associazione del genere. E’ un esercizio di consumo critico. Eviterete di acquistare un libro di scarsa qualità, non darete i soldi a Vespa (che è una bella soddisfazione), boicotterete Berlusconi che di Vespa è l’editore (ed è una soddisfazione ancora maggiore), avrete una certa considerazione, magari celata, da parte del vostro libraio (“Hai visto? Quello si è comprato Hobsbawm, mica Vespa…”) e vi accorgerete di aver reso un piccolo ma doveroso omaggio alla Cultura.

Spargete la voce ad amici e parenti. Sarà quasi una rivoluzione.