2006.11.06 - A morte!



Sgomberiamo il campo da equivoci: a differenza degli statunitensi e degli inglesi (intesi come entità politiche e non come cittadini), ho sempre trovato Saddam Hussein un dittatore sanguinario e detestabile. Come tale, l’ho disprezzato e lo disprezzo.

Ieri Saddam Hussein è stato condannato a morte da un Tribunale iracheno. Gli sono stati rimproverati massacri compiuti diversi anni fa. George W. Bush, in piena campagna elettorale, ha giubilato: “Giustizia è fatta!”. Tony Blair, il tory più furbo della storia, talmente furbo da riuscire a guidare il Labour Party, si è accodato. So che l’unico esponente politico europeo a schierarsi con Bush e Blair è stato l’ineffabile Roberto Calderoli, la cui compagnia intellettuale è solitamente gradita come il vibrione del colera.


Tutto il resto del mondo occidentale si è dichiarato contrario alla condanna a morte di Saddam. Sia per motivi etici (la condanna a morte è giustamente vista come un’atrocità da seppellire per sempre), sia per motivi di opportunità politica. Uccidendo l’ex rais, per di più in seguito ad una sentenza di un tribunale-farsa (si ricorda che gli USA non hanno mai aderito alla convenzione istitutiva del Tribunale Internazionale de L’Aja per paura di vedere qualche loro cittadino sul banco degli imputati) si farebbe di lui un martire della causa islamica. Ed in questo momento di tutto c’è bisogno fuorché di gettare ulteriore sale su una ferita che gli USA, con la loro miopia, hanno reso devastante.

Non aggiungerò altro, sarebbe superfluo. Mi piacerebbe che almeno questa volta si ragionasse con il cervello (ammesso lo si abbia…). Applicare su Saddam Hussein lo stesso criterio che lui applicava su chiunque non fosse nelle sue grazie sarebbe, oltre che inopportuno, anche squallido. La crudeltà non si combatte con altra crudeltà.

Chiunque gridi “A morte!” semina sventura.

Dobbiamo farne a meno.