2006.11.04 - Non parlate di patria
In questi ultimi giorni Napoli è stata sconvolta dall’ennesimo rigurgito di
violenza camorristica. Diversi i morti.
Il modello malavitoso, lungi dall’essere sradicato, è diventato esempio da seguire. Ci sono dei ragazzi che vanno in giro con il coltello (l’altro giorno un diciottenne ha ucciso un sedicenne perché era stato fidanzato con la sua ragazza). Le risse e gli episodi di teppismo si susseguono. La legge del più forte è la regola nei rapporti sociali. C’è una regressione del senso sociale verso la ferinità e mi sento di poter definire tutto questo come aberrante.
Qualcuno ha invocato l’intervento dell’esercito. In realtà, l’esercito in questi casi non serve a niente e a nessuno. Mi si perdoni il paragone: il lanciafiamme può avere una sua utilità, ma se lo si adopera per accendere il caminetto è del tutto inefficace. Intervistato dal Tg1, l’altro giorno, un giovane magistrato in servizio a Napoli, elegante, la faccia pulita e perbene sotto una folta chioma castana, ha detto: “L’esercito? Vorrei un esercito di educatori, un esercito di maestri”. Piero Luigi Vigna, fino ad un anno fa a capo della Direzione Nazionale Antimafia, intervistato da “L’Espresso” ha dichiarato che di forze dell’ordine a Napoli ce ne sono fin troppe; aggiungerne delle altre significherebbe creare problemi. In realtà, penso che chi invoca l’esercito lo faccia non perché sia intrinsecamente convinto dell’utilità di esso, ma perché sa bene che l’esercito è visibile e costituisce perciò un’eccellente operazione di facciata. E le operazioni di facciata, si sa, generano consenso e portano voti. Che poi l’esercito serva o non serva è un dettaglio di secondaria importanza. Male che vada, non arrecherà danni.
Questo, ovviamente, non è governare. Questo è gestire il potere, una cosa assai meno nobile anche se molto presente nel Dna di una certa parte degli uomini politici di questo paese. La realtà è che la patria non esiste. E non perché, come vorrebbe Ernesto Galli della Loggia, la patria sarebbe morta l’8 settembre 1943 (poiché Galli della Loggia è in buona fede, va dedotto che egli è uno studioso meno che mediocre: basterebbe che lui si limitasse ad acquistare un qualsiasi cd di canti della Resistenza italiana per accorgersi di quante volte la parola “patria” ritorni nei versi dei partigiani comunisti e di Giustizia e Libertà, e quindi di come la sua costruzione teorica non stia in piedi nemmeno con il cemento armato). In certi luoghi l’Italia non è mai arrivata se non per esigere tasse ed arruolare i giovani per il servizio militare. Non esiste uno Stato se non ha il controllo di un territorio. E non si inventa la patria sventolando il tricolore ad ogni piè sospinto e facendo sfilare i carri armati da Piazza Venezia al Colosseo. Questi sono simboli, e i simboli – mi si perdoni la tautologia – simboleggiano e basta. Simboleggiano un contenuto, ma non sono e non possono esserlo. Ebbene, quale contenuto statuale c’è in certe zone d’Italia? Le discariche abusive gestite dalla camorra? I rifiuti bruciati in mezzo alla strada perché nessuno li raccoglie? I membri dei consigli regionali eletti con i voti dei mafiosi? La gente freddata davanti alla porta di casa? I negozianti costretti a pagare il pizzo per poter lavorare?
Chi difende queste persone? Chi le tutela? Chi garantisce il loro diritto ad un’esistenza dignitosa? Forse l’ex ministro Pietro Lunardi, quello che ebbe la faccia tosta di affermare, parlando di appalti in merito al famigerato ponte sullo Stretto di Messina, che con la mafia ci si deve convivere? Quest’uomo ha offeso la memoria di tutti coloro i quali sono morti crivellati dalle pallottole dei mafiosi. Non so se Lunardi abbia mai frequentato le aule di un Palazzo di Giustizia, ma spero che gli dicano qualcosa i nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Carlo Alberto Dalla Chiesa (e l’elenco potrebbe continuare). Se queste persone, questi martiri che a causa della rettitudine e del senso del dovere sono stati barbaramente trucidati, avessero ragionato come Lunardi, si sarebbero limitati ad indagare sui ladri di polli ed oggi sarebbero vivi e vegeti. E la mafia sarebbe più forte di quanto non sia ora. Diciamocelo chiaramente: se non fosse per i maestri ed i docenti scolastici, per qualche coraggioso ed isolato prete di frontiera, per i giovani del volontariato e dei centri sociali e per le persone ricordate sopra, gli abitanti di larga parte del Sud Italia sarebbero abbandonati a sé stessi. Altro che parate militari.
L’altro ieri l’attuale ministro degli Interni, Giuliano Amato, presentando il piano anti-camorra che prevede l’invio di un migliaio di agenti a Napoli, ha detto che le organizzazioni malavitose non avranno scampo, non si sentiranno più sicure, non dovranno illudersi di avere zone franche in cui esercitare il controllo del territorio. Dal canto mio, pensavo alle risate che si stavano facendo i capi-clan partenopei, al sicuro nei loro bunker siti in mezzo alla città. E poi riflettevo su quanto sia stupida la retorica muscolare che, di solito, caratterizza il tono degli esponenti di governo che dichiarano lotta alla malavita organizzata. Anche Amato (ma non mi aspettavo niente di meglio da lui) non ha saputo sfuggire ad essa. Fabrizio De André, che non è stato un semplice cantautore ma uno degli intellettuali più significativi del secolo scorso, scrisse: “Prima pagina, venti notizie/ ventun’ingiustizie e lo Stato che fa?/ Si costerna, s’indigna, s’impegna/ poi getta la spugna con gran dignità”. Pure stavolta assisteremo ad un film già visto tante altre volte. Polizia nelle strade, arresto di un gruppo di manovali della delinquenza (la solita gente di poco conto), la stampa e la televisione daranno ampio risalto ai successi dello Stato, poi… poi piano piano il tutto andrà scemando, e si rientrerà nella drammatica normalità di sempre.
Perché lo Stato taglia fondi alle scuole pubbliche? Quanto bisogno ci sarebbe a Napoli (così come in altre città del Mezzogiorno) di nuovi plessi scolastici, di tanti maestri/e e professori/esse in grado di restituire alla scuola quell’enorme fetta di minorenni che sono costretti ad evadere l’istruzione obbligatoria? Perché nelle città del Sud non vengono realizzate strutture associative che tengano i ragazzi lontani dalla strada? Perché non ci si siede ad un tavolo (Governo, sindacati, imprenditori) e non si discute di un piano per il lavoro nel Mezzogiorno? Ma non il solito piano che porti alla realizzazione di cattedrali nel deserto (peraltro l’era dell’industria è definitivamente tramontata e, tutto sommato, non ce ne dobbiamo dispiacere troppo), bensì un piano articolato che valorizzi le potenzialità del Mezzogiorno in materia di agricoltura biologica, turismo, cultura, imprese di medie dimensioni collegate con le caratteristiche produttive di quelle terre?
Se l’Italia fosse una nazione, una patria, farebbe questo. La patria non può basarsi sui simboli, ma sui fatti concreti, su una classe politica degna di tale nome. La patria (che ovviamente in questa sede è declinata in senso democratico e mazziniano e non nella barbara accezione che ne danno fascisti e post-fascisti) non si inventa. Non basta mettere una bandiera dappertutto per dimostrare a sé stessi ed agli altri di essere uno Stato forte. Non bastano gli atti, occorrono i fatti. Ma l’Italia non è una patria, non è uno Stato credibile. Non è, punto e basta.
Mi dispiace per tutti quei meridionali che non riescono a sconfiggere la prepotenza mafiosa. Sono una maggioranza schiacciante ma sono ugualmente soli. Molti fuggono, in cerca di un riscatto quanto meno individuale, visto che è impossibile avere quello collettivo. Conosco tanti studenti del Mezzogiorno (Roma ne è piena, Perugia anche) e sono persone meravigliose, intelligenze vivaci in cerca di un barlume di giustizia. La malavita non è colpa loro, non è una tara genetica. Quando Felice Maniero spopolava nel Veneto, i veneti erano omertosi come i siciliani. La paura è uguale per tutti. A questa gente del Sud, la cui esistenza è quotidianamente rovinata, va il mio affetto. Ma che nessuno parli più di patria. Ammesso che si tratti di un concetto attuale, in Italia non c’è mai stata. Ci sarà quando avremo una classe politica di alto livello, composta di uomini e donne dalle grandi visioni e dall’assoluta limpidezza morale. Enrico Berlinguer è stato l’ultimo leader politico capace di unire in sé queste doti. Speriamo non sia troppo tardi quando nascerà un altro che gli somigli.