2006.10.22 - Cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo?
È palese che se il governo Prodi cadrà non sarà per le capacità
dell’opposizione, bensì per limiti propri. Questa settimana ne abbiamo avuto la
testimonianza più evidente.
In ogni caso, Silvio Berlusconi è bollito. Alla guida della CdL ormai lo vogliono solo i suoi, e forse nemmeno tutti (ma la dialettica interna di Forza Italia è pari a quella della NSDP per cui non si ha traccia di eventuali dissensi). Per carità, quando si tratta di muovere critiche a Prodi la destra pare trovare un’accettabile compattezza, ma quando si tratta di elaborare una strategia comune la Casa delle Libertà non ha più slancio. Il problema non è dato tanto dalla partenza di Follini, il quale ha fondato l’”Italia di centro”, miliardesimo partitucolo del paese che sarà composto da 70 persone e che, per adesso, non sembra avere la capacità di erodere consensi. Il problema è che Berlusconi, il quale ci ha abituati a mille colpi di scena ed altrettante resurrezioni politiche, stavolta pare aver esaurito il bonus fiduciario dei suoi compagni di viaggio, i quali non decretano la loro sfiducia totale perché sanno che è meglio continuare a farlo bollire nell’attesa di assestargli il colpo definitivo qualora e quando Prodi dovesse cadere.
Così, se a guardare il professor Prodi dai nemici pare pensarci Iddio, dagli amici (e probabilmente pure da sé stesso) deve invece guardarsi da solo. Ed in certe occasioni, gli amici sono peggio dei nemici: creano più scompiglio ed è molto più difficile rimetterli in riga. Se a ciò si aggiunge che l’esecutivo è una vera e propria babele di opinioni e posizioni ideologiche, e che la progettualità politica di molti ministri ed esponenti politici con molti sforzi riesce ad elevarsi di poco sopra lo zero, ecco che il cerchio si chiude. Il governo, infatti, non sta dando una grande prova.
All’inizio della settimana aveva cominciato il vicepresidente del Consiglio Francesco Rutelli rilasciando un’intervista a “la Repubblica” nella quale affermava, tra l’altro, che se Alitalia è in crisi la colpa è per gran parte dell’aeroporto di Malpensa (il cui peso andrebbe ridimensionato), che il nostro paese non può permettersi due hub ed altre facezie simili. L’ex ateo, ex radicale, ex anticlericale, ex ecologista, ex antiamericano Rutelli (un uomo, un camaleonte) è anche stato sindaco di Roma. Questo e la volontà di premiare oltremodo un suo feudo elettorale, spiegano certe dichiarazioni. A parte il fatto che i primi responsabili della situazione disastrosa della nostra compagnia di bandiera sono i suoi vertici manageriali (chissà come mai Rutelli non ha tenuto conto di questo particolare?), è giusto ritenere l’Italia troppo piccola per avere due hub. Visto che bisogna averne solo uno, ci sono due parametri per scegliere quale deve essere: quello soggettivo della piccola bottega delle clientele di chi comanda o quello oggettivo delle necessità. Il primo, essendo soggettivo, può portare a qualsiasi scelta: Roma (per Rutelli), Ceppaloni (per Mastella), Nusco (per De Mita), Predappio (per la Mussolini), casa sua (per Berlusconi) e così via. Se invece, come è auspicabile, si sceglie su criteri oggettivi (tra cui il volume del traffico), mi pare incontestabile che l’aeroporto principale d’Italia debba stare dove c’è più movimento di merci e di passeggeri. E Rutelli dovrebbe sapere che la capitale economica del paese non è mai stata Roma, bensì Milano. Con questo non si vuol dire che nulla vada modificato e razionalizzato nell’assetto aeroportuale italiano (a Milano come a Roma), ma che sono altre le cose su cui deve puntare un governo progressista, prima fra tutte i reali interessi nazionali. Ergo, l’hub lo si fa a Malpensa. In caso contrario non ci si lamenti se al Settentrione votano per la Lega (a proposito, Rutelli era ancora ambientalista o era già ex quando si è consumato lo scempio ecologico di Malpensa 2000? In ogni caso, non ricordo di aver mai sentito la sua voce a tal proposito).
Poi ci sono tante altre cose: la Legge Finanziaria è stata modificata non so quante volte per cui, alla data di oggi, siamo arrivati all’assurdo che chi ha comprato un’automobile nuova non sa se debba pagare il bollo auto o meno.
Luca Cordero di Montezemolo, ”amico” di Prodi, dopo aver ricavato benefici immeritati per la sua Confindustria, deplora tre o quattro volte al giorno l’operato di Padoa Schioppa. Gli hanno ritagliato la Finanziaria su misura e riesce persino a lamentarsi. Tra un po’ gli industriali italiani avranno anche l’impudicizia di pretendere che, quando gli si fulmina una lampadina in casa, debbano accorrere un paio di ministri a cambiargliela.
Le agenzie di rating sembrano non avere fiducia nella manovra e valutano in modo meno positivo del passato l’economia nazionale, malgrado uno degli obiettivi primari di Prodi fosse proprio quello di proporsi come interlocutore affidabile nei confronti dei salotti buoni della finanza internazionale. Ovviamente, Fassino si è subito lamentato con Visco perché, a suo dire, forse si sono aumentate troppo le tasse ai ricchi ed è necessario calargliele un po’ (qualcuno regali a Fassino almeno “Destra e sinistra” del povero Norberto Bobbio dicendogli di non limitarsi a guardare la figura di copertina).
Ieri, finalmente, anche il buon Fabio Mussi ha sbattuto i pugni sul tavolo ed ha detto che lui è pronto a dimettersi se nella Finanziaria non dovessero essere trovati i fondi per la scuola pubblica. A Mussi non si può rimproverare nulla, la sua protesta è doverosa (anzi, forse avviene in ritardo), semmai a dover essere rimproverato è Padoa Schioppa, perché la scuola è la prima risorsa del paese (assieme alla sanità) a dover essere salvaguardata.
Il vero nemico della sinistra al governo è sé stessa, la sua totale subalternità alla cultura liberista dell’avversario e la pochezza (programmatica ed a volte perfino etica) di una parte consistente dei suoi esponenti.
Cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo?