2006.10.17 - Sandro Bondi minaccia lo sciopero della fame
Già dal titolo il pezzo si annuncia comico. Non potrebbe essere altrimenti,
visto il protagonista. Si avverte l’incauto lettore che, per il medesimo
motivo, il pezzo è anche del tutto inutile.
Per di più, già il fatto che lo scrivente, come la totalità dei giornalisti politici italiani, sia costretto a perdere il suo tempo con Sandro Bondi denota come il paese non sia semplicemente alla frutta, ma sia ben oltre il conto e che, non avendo soldi a sufficienza per pagare il medesimo, sia costretto a mendicare pietà al ristoratore e questi non intenda ragioni. Non rimane che lavare i piatti, dunque, se non si vuole che il ristoratore chiami i Carabinieri.
Si stenta a credere che Bondi sia un uomo. Non per l’aspetto fisico, per carità, ma per quel suo atteggiamento di devozione assoluta verso Silvio Berlusconi, leader del partito del quale Bondi è il coordinatore. Così come la figura di Berlusconi è antropologicamente estranea alla democrazia (lo ha argutamente rilevato Marco Travaglio), la fedeltà di Bondi al “suo” Silvio non è umana, bensì canina. Non voglio con questo offendere Bondi. Stimare un uomo è segno di onestà intellettuale, quindi Bondi deve avere una sua onestà. Certo, ci sono uomini stimabili ed altri che lo sono assai di meno, e su questo temo che l’opinione mia e quella dell’ex sindaco comunista di Fivizzana divergano in modo sensibile. Ma il punto, in questa sede, non è “a chi” essere fedeli, ma “come” esserlo. Come ha ricordato Gian Antonio Stella sul “Corriere” (1), pare che Bondi una volta stesse parlando ad un convegno e d’improvviso entrò Berlusconi. Il buon Bondi, in un impeto di affetto, disse “Scusi, Presidente, se parlo in sua presenza”. Roba che, al confronto, l’Ugo Intini fido scudiero di Craxi della seconda metà degli anni Ottanta (colui che all’inizio di Tangentopoli disse che non si poteva processare un’intera classe politica “per qualche irregolarità”) appare né più né meno come il figlio viziato di Bruto. Non conosco le abitudini della vita privata di Bondi. Non mi stupirei se la sera andasse a rimboccare le coperte prima che questi si addormenti, se gli leggesse gli estratti conti per farlo addormentare sereno, se la mattina lo svegliasse portandogli la colazione a letto e/o gli girasse attorno allegro e felice, con la lingua penzoloni, proprio come un cagnolino.
Ciò detto, alla fine della scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità il disegno di legge per la riforma del sistema radiotelevisivo voluta dal ministro delle Telecomunicazioni, il margheritino Paolo Gentiloni. Si tratta di un campo delicato, in cui l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri pare avere qualche interesse economico non del tutto secondario. Dando retta ad una vecchia affermazione di Francesco Storace, esperto di voci di corridoio e di spiate più o meno ortodosse, la precedente riforma del settore fu scritta per intero dall’ufficio legale del gruppo Mediaset e l’allora ministro Gasparri si limitò sic et simpliciter a firmarla (fugando se non altro i dubbi sulla sua alfabetizzazione). Appena saputo della proposta legislativa Gentiloni, Berlusconi ha reagito con quell’understatement che ha sempre caratterizzato ogni gesto della sua vita, affermando: “Non ci credo, sarebbe un atto di banditismo”. Pur dovendo ammettere che Berlusconi si trovava in un posto un pochino fuori mano – la non propriamente esotica Campobasso – va riconosciuto che egli non era nel Far West e non era intento a giocare ai cow-boys che rincorrono gli indiani assieme a Confalonieri, Fede e Liguori. Se ha parlato di atto di banditismo, perciò, è evidente che deve averla presa maluccio.
Purtroppo non è ancora stato inventato un reality show che segua 24 ore su 24 l’esistenza di Sandro Bondi, altrimenti avremmo potuto sapere in diretta come egli ha reagito alle parole dell’uomo che per lui è un punto di riferimento morale e materiale. Non sappiamo se egli abbia pianto come la Madonna di Civitavecchia, se sia diventato furioso, se abbia avuto un mancamento o solo un innalzamento della pressione sanguigna. O se sia rimasto impassibile come un ex agente del Kgb, celando ogni emozione dentro di sé. Quel che è certo è che Bondi ha immediatamente fatto da scudiero al suo Berlusconi vilipeso dal furore liberticida della maggioranza comunista. Poiché l’ex berlingueriano Bondi è tuttavia un uomo di pace, una colomba messaggera d’amore e fratellanza, egli non ha minacciato i comunisti cattivi brandendo la spada della giustizia, ma ha annunciato che egli si adopererà per raccogliere testimonianze non violente per rendere edotto il popolo italiano dei rischi che corre la democrazia e che entrerà in sciopero della fame. È quasi commovente l’ostinazione protettiva di Bondi, è persino superiore a quella di una madre che corre in difesa del suo piccolo cagionevole di salute a cui i medici (notoriamente cattivi e senza cuore) vogliano negare le cure di cui necessita. È la fedeltà cieca ed irrazionale di un cane che sarebbe capace di vegliare il corpo del suo padrone morto da giorni (lo si dice per amor di metafora ed augurando lunga vita a tutti).
Non so, tuttavia, se una causa come il disegno di legge Gentiloni valga uno sciopero della fame. A leggerlo bene, infatti, il provvedimento del ministro appare più simile ad una regolarizzazione definitiva del duopolio Rai-Mediaset che ad una reale riforma. In sostanza, Gentiloni ha previsto che il passaggio definitivo di tutte le emittenti italiane sul digitale terrestre avvenga nel 2012, che una rete Rai ed una Mediaset anticipino questo passaggio al 2009, che nessun soggetto privato possa superare il 45% delle risorse pubblicitarie (e la conseguente abolizione del vecchio sistema previsto dalla legge Gasparri) ed una riforma dell’Auditel.
In sostanza, e spiace dirlo, Gentiloni ha condonato la posizione dominante di Mediaset. Il fatto che una rete (probabilmente Rete 4) debba trasmettere su un’altra piattaforma fin dal 2009 rappresenta una multa irrisoria (lo stesso Maurizio Costanzo, intervistato da Fabio Fazio, ha detto: “Era dai tempi in cui facevo le elementari che si sapeva che Fede doveva andare sul satellite”). Un po’ più pesante è l’abolizione del Sic di gasparriana memoria (potrebbe costare anche 400 milioni di € l’anno a Mediaset), ma è un costo che compensa il definitivo consolidamento di Mediaset come gruppo dominante (un condono, appunto).
Oltre a ciò, la legge prevede un’equiparazione di fatto tra Rai e Mediaset (visto che una rete Rai deve andare sul digitale terrestre contemporaneamente ad un’emittente berlusconiana). Il servizio pubblico non solo non viene riformato in maniera tale da sottrarlo definitivamente all’ingordigia dei partiti politici (magari destinando solo una rete alla programmazione “commerciale” e consentendo alle altre due, private della pubblicità, di realizzare davvero una bella televisione sganciata dalle logiche dell’Auditel), ma viene messo sullo stesso livello della tv a scopo di lucro e viene lasciato in balia di sé stesso. Se domani Berlusconi rivincerà le elezioni, di nuovo il controllo di tutta la tv italiana sarà suo. Una brutta legge, questa voluta da Gentiloni, che non risolve davvero nessuno dei problemi strutturali della televisione italiana: Berlusconi continuerà a mantenere una posizione di dominio assoluto, la Rai (e non solo Mediaset) continuerà a realizzare programmi di basso livello, non esisterà né pluralismo né una concorrenza in grado di elevare il livello dei programmi e i cittadini continueranno a pagare un canone alto per trasmissioni quasi sempre indecorose.
Già. E Bondi?
Coraggio, Sandro, buon appetito!
NOTE
(1) Cfr. il suo Mahatma Bondi e il digiuno per Re Silvio in http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/10_Ottobre/15/stella.shtml