2006.10.03 – Indulto



Stando alle stime ufficiali, il recente provvedimento di indulto ha consentito una diminuzione della popolazione carceraria di oltre 20.000 unità. Un dato decisamente positivo, viste le condizioni penose in cui sono costretti i detenuti nel nostro paese.
Sul tema, infatti, negli anni passati l’Italia è stata più volte richiamata dall’Unione Europea ad un maggiore rispetto dei diritti umani ed un tale provvedimento non era necessario, ma addirittura doveroso.
Purtroppo, l’enfasi sensazionalista di larga parte della stampa e della radiotelevisione italiana ha trasformato un argomento serio e delicato (il possibile incremento degli episodi delinquenziali seguente alla scarcerazione di migliaia di persone) in uno spettacolo avvilente. Durante i primi giorni i giornalisti hanno gareggiato a chi riportava più episodi di reato da attribuire a chi era appena uscito dal carcere. Le colonne dei giornali ed i minuti dei tg nazionali sono stati occupati con un certo risalto da episodi che, normalmente, il più scarso dei redattori de “L’Eco di Roccacannuccia” in pieno mese d’agosto si vergognerebbe di prendere in considerazione, data la loro assoluta irrilevanza. Ci siamo dovuti sorbire servizi ed articoli su un paio di marocchini, liberi grazie all’indulto, i quali, in preda all’ebbrezza della libertà o dell’alcool (o più probabilmente di tutti e due), ad un incrocio hanno iniziato a rivolgere ad una pattuglia di Carabinieri gesti non propriamente da Comunità di Sant’Egidio. Risultato: in ventiquattr’ore sono tornati dietro le sbarre. E poi ancora qualche scippo, furtarelli da quattro soldi e così via. Certo, cose antipatiche per chi le subisce, ma episodi che non giustificano l’accanimento mediatico cui abbiamo assistito. C’è stato solo un fatto di sangue grave, questo sì, che, però, al di là della sua esecrabilità, e rimasto fortunatamente isolato.

Il temuto boom della delinquenza non c’è dunque stato e stampa e tv si sono accorte ben presto che erano vacche magre. Dopo un po’ di silenzio è infatti iniziata la caccia al big e sotto le luci dei riflettori è finito Luigi Chiatti, il cosiddetto “mostro di Foligno”. Chiatti, ormai da quasi quindici anni in carcere per l’omicidio di due bambini, beneficerà dell’indulto. Ciò gli accorcerà la pena detentiva di due o tre anni. Nessuno vuol negare la gravità e l’odiosità dei delitti di cui Chiatti si è macchiato, però la vicenda ha assunto toni inaccettabili. Un giornale locale ha lanciato una campagna di firme per non fare uscire Chiatti dal carcere, come se questo uomo dall’infanzia difficile e dalla personalità complessa stesse già preparando la valigia e stesse salutando gli agenti di Polizia Penitenziaria. In realtà, Chiatti a fine pena dovrà affrontare un lungo periodo (un paio di anni) in ospedale psichiatrico ed uscirà solamente se sarà accertata la sua non pericolosità sociale. Tutti i giornalisti lo sanno (e quelli che non lo sanno farebbero bene a cambiare mestiere), eppure nessuno lo ha detto. Serviva creare il caso, serviva alzare il polverone, serviva vendere copie o far salire l’audience, e se questo ha comportato una distorsione informativa, poco male. Anzi, quasi meglio: per certa gente la notizia quando non c’è va inventata.
Ancora più odioso, almeno a mio avviso, è stato il caso di Silvia Baraldini.

Naturalmente, qui al desiderio di suscitare del facile clamore con poco sforzo si è abbinata la solita polemica politica di bassa lega contro la “terrorista”, l’”assassina”, la “stragista” e chi più ne ha più ne metta. Passi che questi termini siano stati usati da Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Francesco Storace (che pure dovrebbe pensare a diversi suoi guai personali): purtroppo, da queste persone non ci si può aspettare molto di diverso. È più forte di loro, quando c’è da fare un’affermazione sensata, un discorso ponderato o soltanto da rapportarsi con la logica, questa gente è sempre altrove, fisicamente e concettualmente. Spiace molto, invece, che un uomo colto ed assai preparato come Gaetano Pecorella (avvocato e parlamentare di Forza Italia) possa accodarsi a giudizi simili. Pecorella, anni fa, era un uomo di sinistra estrema, vicino a “il manifesto”. Come tanti ha deciso di intraprendere la “lunga marcia dentro le istituzioni”. Ciò lo ha portato ad arrivare assai lontano (lo si dice senza voler negare la sua eccellente capacità professionale), talmente lontano da perdere di vista i suoi obiettivi e le sue idee giovanili e da modificare in modo assai profondo le sue opinioni politiche, tanto che ora è uno dei tanti avvocati di Silvio Berlusconi e non credo voglia più sentir parlare di lunghe marce (a meno che non si parli di autovetture di lusso). Tuttavia, Pecorella continua a professarsi (e lo è) garantista, non forcaiolo, aperto al dialogo ed al confronto. Proprio per questo, oltre che per la sua grande cultura giuridica, egli non può non sapere che il carcere serve non a punire, bensì a redimere ed a recuperare. Con ciò voglio dire che una persona socialmente non più pericolosa non deve più stare in carcere, poiché l’assenza di pericolosità è la dimostrazione più evidente del recupero sociale del condannato. Proprio per questo, per fare solo un esempio, non si può non trovare assurdo che Adriano Sofri sia in carcere. E proprio per questo non si può non accogliere in modo positivo la concessione dell’indulto a Silvia Baraldini, tanto più se si conoscono bene le vicende che l’hanno vista coinvolta (e Pecorella le conosce bene).         

Il 9 novembre 1982, infatti, Silvia Baraldini venne arrestata negli USA. Nel luglio dell’anno successivo venne condannata a 43 anni di carcere, di cui:

a)   20 anni per associazione sovversiva. Alla Baraldini fu applicata la legge "Rico", nata per reati di criminalità mafiosa. Con la legge “Rico” i crimini commessi da un elemento di un’organizzazione venivano contestati a tutti i soggetti che componevano la stessa. Lascio ogni commento a chi legge. E’ un po’ come se io fossi un ciclista, un mio compagno di squadra assumesse l’Epo ed io no, ed io dovessi essere condannato per doping esattamente come lui. Ma è notorio che gli USA hanno sempre avuto una concezione piuttosto disinvolta del diritto. In ogni caso, Silvia Baraldini pagò per reati contestati al gruppo comunista (che il proverbiale asino cada qui?) "19 maggio", a prescindere dalla sua estraneità personale ai fatti criminosi.

b) 20 anni per concorso all’evasione di Assata Shakur dalla casa di detenzione di Clinton, avvenuta in data 2 novembre 1979. Assata Shakur era una leader del movimento “Black Liberation Army” (che si batteva per la reale parificazione dei diritti dei neri e delle minoranze etniche con quelli della maggioranza “wasp”) e scontava una condanna a 120 (!!!) anni di carcere perché era presente ad una sparatoria in cui persero la vita il suo compagno ed un agente di polizia. L’FBI aveva deciso si annientare il BLA in tutti i modi, e ricorse alla brutalità più estrema. Alla giovane Assata vennero contestati reati ogni genere, ma venne assolta in 6 processi su 7 (e quando venne arrestata, Assata fu ferita da un colpo di pistola sotto l’ascella, a dimostrazione che la Polizia le sparò quando lei aveva le mani in alto). A favore della leader del BLA, oltretutto fatta oggetto di violenze in carcere, si schierò un vasto movimento di opinione. Silvia Baraldini fiancheggiò, con un ruolo puramente logistico, le operazioni che portarono all’evasione di Assata Shakur. Va detto che il tutto si svolse in modo incruento: un paio di guardie del carcere di Clinton furono prese in ostaggio e liberate subito dopo l'evasione e non fu compiuto il minimo atto di violenza.

c) 3 anni per offese al Tribunale. Il Tribunale si ritenne infatti offeso dal fatto che Silvia non fornì i nomi degli altri membri del gruppo comunista “19 maggio”. A chi legge parrà strano che in uno stato di diritto quale gli USA ritengono di essere possa essere contestato un reato simile, ma posso assicurare che quanto scritto corrisponde alla verità.

Tuttavia, nessuno vide svilita o offesa la propria autorità quando l’FBI offrì a Silvia prima un'ingente somma di denaro e poi la scarcerazione in cambio della denuncia ai propri compagni. Silvia rifiutò e ciò le valse la classificazione di detenuta pericolosa ed il trasferimento a Lexington, in un penitenziario di massima sicurezza dove le vennero usate violenze psico-fisiche di ogni tipo (il carcere di Lexington verrà poi chiuso grazie alle pressioni di Amnesty International). Qui Silvia si ammalò per un tumore all’addome, subì un paio di interventi chirurgici (da incatenata persino in sala operatoria) e venne trasferita nel 1990 nel carcere sperduto di Marianna (Florida) e poi, qualche anno dopo, in quello di Danbury (Connecticut).

Nell’agosto 1999, con Massimo D’Alema alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’impegno della diplomazia italiana riuscì a riportare Silvia in Italia. Nel frattempo, in applicazione di varie convenzioni internazionali, la condanna a Silvia fu ridotta: la fine pena fu fissata (dopo alcune assurde complicazioni) al 29 luglio 2008.
Il tribunale di sorveglianza di Roma concesse a Silvia gli arresti domiciliari nell'aprile 2001, appena dopo la morte della madre, gravemente ammalata da tempo, e deceduta il 9 aprile di quell’anno.

Ora Silvia è finalmente una donna libera. Ci si chiede se le sue colpe (peraltro sempre ammesse) non siano inferiori a quelle di uno Stato che l’ha punita oltremisura, infliggendole una condanna spropositata e sottoponendola ad un regime carcerario da dittatura da terzo mondo perché lei si era rifiutata di fornire i nomi dei suoi compagni di “19 maggio” in cambio di soldi. E ci si interroga sul perché qualcuno continui a definirla assassina, dal momento che lei non si è mai macchiata di nessuna violenza, a differenza dei suoi carcerieri.

E ci si domanda infine come mai i politici menzionati in precedenza (ed in verità anche quelli dello schieramento progressista) e tutti i giornalisti (con l’unica lodevole eccezione di Loris Campetti de “il manifesto”) non abbiano detto una sola parola (e sottolineo, una) contro la famiglia Schmidheiny. Chi è la famiglia Schmidheiny? Semplice, è una dinastia di miliardari svizzeri, proprietari del marchio Eternit. Nel luglio di quest’anno si stava per chiudere una vertenza tra di essi ed un gruppo di vittime dell’amianto. Si era in un ufficio di Lugano e gli avvocati delle due parti erano ormai d’accordo sostanzialmente su tutto. Il legale degli Schmidheiny si è alzato per telefonare ai suoi rappresentati ed avere l’assenso definitivo alla firma. Sembrava una formalità. Invece, dall’altro capo del telefono, l’avvocato si è sentito dire: “Il suo incarico è stato revocato”. Accordo sfumato. Sapete perché? Perché gli Schmidheiny a loro volta avevano appena telefonato al Ministero della Giustizia italiano, ricevendo assicurazioni sul fatto che l’indulto sarebbe stato approvato e che essi non avrebbero dovuto scontare alcuna pena (né detentiva né pecuniaria) per le centinaia di morti da amianto nel nostro paese.

Volendo, ci si potrebbe anche cominciare a chiedere chi davvero meriti l’appellativo di assassino: Silvia Baraldini no di certo, ma qualche altro personaggio menzionato in queste righe forse sarebbe degno di una valutazione meno positiva. Sarebbe bello che ad aiutarci in questo compito fossero gli uomini politici ed i giornalisti di questo paese. Malgrado tutto ce ne sono di bravi e capaci. Inizino a battere un colpo, non aspettiamo altro.