2006.09.22 – I fagioli di Aceto



Al peggio non c’è mai fine, per cui anche quest’anno deve andare in onda la nuova edizione de “L’isola dei famosi”, fulgido esempio di come si è ridotto il servizio pubblico radiotelevisivo italiano.

Condotto da Simona Ventura (i cui lineamenti del viso vanno deformandosi ogni anno di più, segno evidente di una perseverante frequentazione con le sale operatorie dei chirurghi plastici), il programma presenta un cast di tutto rispetto: un ex ciclista dopato (Claudio Chiappucci), un non-attore di rarissima volgarità (Massimo Ceccherini), una modella brasiliana già sul viale del tramonto malgrado la sua carriera sia iniziata un paio di anni fa (Fernanda Lessa), ed altri individui della solita compagnia di giro di persone prive di ogni talento e perciò tutti i giorni in tv.
Nulla di nuovo, dunque, per di più considerando che il programma è giunto alla sua quarta edizione. Peccato che come pagamento del canone radiotelevisivo non accettino la fotocopia del versamento da me effettuato quattro anni fa, ma questo è un discorso diverso che, peraltro,va fatto con cautela. Infatti, l’altra sera il programma è stato visto da circa 4.500.000 italiani e nella seconda serata Rai Due è stata la rete con il maggiore audience, segno evidente che io e pochi altri, morettianamente parlando, saremo sempre d’accordo con una minoranza di persone. Malgrado l’audience sia inferiore allo scorso anno, la maggioranza degli italiani continua a gradire questo genere di trasmissioni in cui lo spirito critico del telespettatore viene narcotizzato (ma sarebbe meglio dire abbrutito) da uno spettacolo il cui cattivo gusto non ha limite. Ma su questo torneremo alla fine.
Soffermiamoci sul livello del programma. L’altra sera, per fare un esempio, è andata in onda una scena di questo genere: i protagonisti della trasmissione erano tutti raggruppati su una spiaggia, intenti a pranzare. Evidentemente, la sceneggiatura (che credo sia un po’ quella del teatro seicentesco: un canovaccio su cui i protagonisti improvvisano) prevedeva che i concorrenti litigassero. Poiché le razioni erano poche (sostanzialmente, una scatola di fagioli da dividersi in una dozzina di persone), il malumore serpeggiava. Non si sa bene per quale motivo, a Fernanda Lessa era stato dato un fagiolo in più rispetto agli altri, per cui la modella brasiliana si era trovata a pasteggiare con bel undici fagioli contro i dieci toccati agli altri “naufraghi”. A quel punto, l’ex fantino Aceto iniziava ad inveire contro un altro concorrente (da me non meglio identificato, anche se ne posso fornire una sommaria descrizione fisica: caucasico, castano, alto, palestrato, con gli occhiali ed un’espressione vivace come quella di una tinca surgelata che ben si addice al livello della trasmissione) il quale doveva essere quello che, non si sa se su base legislativa o per diritto divino, era addetto alla divisione del rancio. Aceto, argomentando con un tono appena dissimile a quello solitamente adoperato da Umberto Eco, accusava il marcantonio di avere smaccatamente favorito Fernanda Lessa, ipotizzando che alla base di questo favore ci fosse una simpatia del medesimo verso la brasiliana. Mentre sullo sfondo Raoul Casadei (anche lui tra i concorrenti) cantava “Bandiera rossa”, conferendo alla scena un tono del tutto surreale, Aceto inveiva contro il marcantonio tacciandolo di disonestà e codardia, minacciando apertamente di spaccargli la faccia (ipotesi francamente improbabile visto che il marcantonio, oltre ad essere una trentina di anni più giovane di Aceto, è anche una trentina di centimetri più alto). In un momento di rabbia, e per dimostrare la sua limpidezza morale (?) nonché la propria capacità si sopravvivere senza ricorrere a favoritismi, Aceto gettava la propria razione di fagioli in mare atteggiandosi a super-uomo.
Questo quadretto non propriamente idilliaco, tengo a ribadirlo, non è stato filmato di nascosto in un Servizio Igiene Mentale di provincia, ma costituiva il clou de “L’isola dei famosi”. Su di esso, forse, Simona Ventura avrà imbastito tutto il programma (dico forse perché io, lievemente disgustato, avevo spento la tv e non so dire come sia andata a finire la cosa), con commenti, dichiarazioni (s)qualificate, interpretazioni psicanalitiche degli opinionisti in studio e quant’altro.
Ognuno ha i suoi gusti, ovvio, per cui ci sono persone che trovano “L’isola dei famosi” una trasmissione gradevole ed interessante. Esse vanno rispettate. Io, però, non rientro tra queste persone e mi permetto di far notare che uno spettacolo del genere è offensivo dell’intelligenza del telespettatore. Per sgombrare il campo da equivoci, non sono contrario ai varietà o alle trasmissioni di evasione (al contrario…). Sono semplicemente infastidito dalle trasmissioni prive di buon gusto, dalla tv-scandalo, da quei programmi in cui il pubblico a casa non viene considerato e rispettato come un essere pensante, ma trattato alla stregua di  un decerebrato, un’entità priva di cervello a cui si possa somministrare di tutto, come ai maiali da allevamento.
La televisione italiana, quella pubblica non meno di quella privata, non valuta le sue produzioni in base agli indici di gradimento ed alla qualità di ciò che viene messo in onda, bensì solo ed esclusivamente in base agli indici di ascolto e su quello che è chiamato “Indice Nielsen” (in pratica, il ritorno che hanno in termini di incremento delle vendite gli inserzionisti pubblicitari delle varie trasmissioni). Quello che interessa ai creatori dei cosiddetti palinsesti è questo, il resto è secondario. La variabile indipendente, insomma, è costituita dal profitto e da esso dipende ciò che viene irradiato nelle case degli italiani. Se per incrementare l’auditel è necessario trasmettere la starlette X intenta a tagliarsi le unghie, lo sventramento di un cinghiale o il campionato europeo di testate all’anguria lo si fa tranquillamente, senza stare a perdere tempo sul fatto che simili trasmissioni non rivestano la minima utilità. Altrettanto tranquillamente, si sacrificano programmi interessanti adducendo un pretesto facile facile: “non fanno audience”.
Il dio mercato, dunque, ha egemonizzato da tempo anche i mass-media (sarebbe bello potersi soffermare su come i grandi network radiofonici scelgono la musica da trasmettere, ma per brevità non tratterò questo argomento). Sull’altare assai profano del profitto si sacrifica la qualità del prodotto fino ad annullarla in toto. Da questo punto di vista, “L’isola dei famosi” è solo uno dei tanti programmi televisivi inguardabili. L’aspetto assieme interessante e tragico della questione sta nel fatto che tutto questo è fatto in nome del pubblico. Qualunque manager televisivo dirà che le trasmissioni sono queste perché è il pubblico a volerle ed a gradirle fino ad esigerle. Tali affermazioni sono vere fino ad un certo punto. C’è, nella televisione italiana, una deriva che definirei plebiscitaria. Pare di essere nella Francia della metà dell’Ottocento, quella di Napoleone III, il quale dava una parvenza di democrazia al suo autoritarismo indicendo consultazioni referendarie mediante le quali otteneva dei consensi clamorosi. Dettagli non trascurabili erano che i cittadini francesi non avessero alternative e che i referendum napoleonici fossero formulati in maniera tale che non si potesse non rispondere come voleva l’imperatore. Fatte le debite proporzioni ed i debiti aggiustamenti, credo si possa stabilire una qualche analogia tra la Francia di Napoleone III e la tv italiana. Difatti, oggi un gruppo di poche persone sceglie “come” e “cosa” inserire nei palinsesti e propina ai telespettatori una melassa unica alla quale essi non possono sfuggire nemmeno volendolo (a meno di non spegnere del tutto la tv, cosa che in molti hanno fatto e stanno facendo). Tale melassa, guarda caso, è modellata sui gusti della parte culturalmente meno avveduta del pubblico, la quale viene blandita con un mix di pettegolezzi, ballerine svestite e cronaca nera enfatizzata fino al parossismo.
Oltre a quanto appena detto, credo sia opportuno ricordare che la televisione, come ogni mass media, non è un mezzo neutro, bensì modella e determina gusti e caratteristiche di chi la segue. È un po’ come l’acqua sulla roccia, per intenderci; anche se non sembra e si stenta a crederlo, a lungo andare lascia segni profondi. Se dalla tv escono programmi barbari, ciò provoca anche un imbarbarimento del pubblico, che finirà con l’abituarsi a scegliere trasmissioni sempre più piatte, dando il la ad un circolo vizioso potenzialmente senza fine.
Che fare, allora? Come porre rimedio a questa situazione, considerando anche che la metà delle emittenti italiane è in mano al fondatore e presidente del partito di maggioranza del paese, e che questi le utilizza come una formidabile arma di creazione di consenso?
È la politica che deva dare una risposta a queste domande. È necessaria una riforma del sistema radio-televisivo italiano (in realtà, sono molti i campi in cui c’è un profondo bisogno di riforme) la quale sganci la Rai dalle logiche commerciali, imponga alle emittenti private dei parametri di qualità, favorisca la presenza di un maggiore pluralismo (è impensabile che un solo soggetto possa essere proprietario di tre emittenti nazionali) e ripartisca il mercato pubblicitario in modo più equo tra tv, carta stampata e radio. Soprattutto, la Rai va tolta ai partiti che ne hanno fatto e continuano a farne un campo di battaglia e lottizzazione, per essere assegnata a chi realmente conosce le dinamiche di costruzione dei palinsesti televisivi. Nessuna nomina deve essere più fatta in base alla tessera di partito (pratica avvilente che adesso è la regola per chi vuole lavorare alla televisione di Stato) ma in base alle competenze professionali.
Come debba essere fatta questa riforma non spetta a me dirlo. Io parlo da telespettatore deluso dalla tv italiana, la quale, se si escludono Fabio Fazio, la Gialappa, il giornalismo di inchiesta di “Report” e pochissime altre cose, è intellettualmente degradata. Aggiungo solo che non vorrei che “L’isola dei famosi” venisse cancellata dal palinsesto, ma che fosse data a tutti la scelta se vedere essa o programmi di taglio diverso.
Forse, così facendo, e trattando il telespettatore come un essere pensante, i televisori sintonizzati sulle prodezze di Aceto e dei suoi amici sarebbero di meno e ci si renderebbe conto che si possono fare ottimi ascolti anche puntando sulla qualità (trasmissioni come “Che tempo che fa” stanno a dimostrarlo). La narcosi, infatti, non è la morte, e da essa ci si può risvegliare. Per ora, e non si sa fino a quanto, occorre limitarsi a scegliere: o spegnere la tv (il che non è necessariamente un male) o accontentarsi dei fagioli di Aceto, come se i problemi della collettività fossero quelli creati da alcuni autori smaliziati ad una dozzina di (presunti) divi o ex tali.
“C’è gente che muore di fame/ ma qui, perdio, non filtra la notizia”, dice una canzone di Max Gazzè. La canzone