2006-10-05 Mala tempora currunt
Dare un giudizio sulla legge finanziaria redatta da Tommaso Padoa Schioppa
non è facile.
Essa è innanzitutto conseguenza, materiale e culturale, di cinque anni di
governo Berlusconi e di finanziarie di Tremonti, un periodo che avrebbe steso
economicamente paesi ben più strutturati del nostro.
Detto della finanziaria come conseguenza materiale di un lustro di malgoverno Berlusconi, va analizzato anche l’aspetto culturale. Qui le considerazioni non possono che essere positive. Il solo semplice riscoprire che le imposte vanno pagate in base al reddito e che quindi chi è più ricco deve contribuire ai costi statali in misura più ampia di chi ha meno soldi pare rivoluzionario. Mi si obietterà: “ma è come scoprire l’acqua calda!”. Esatto! Eppure Berlusconi e la cultura grettamente individualista che egli incarna hanno imbarbarito così tanto il senso comune che persino gli elementi di equità più minimi oggi paiono cose enormi. Berlusconi e Tremonti, con il loro tardo-reaganismo d’accatto, hanno cercato di convincere il paese che i ricchi andavano tassati di meno in quanto possono spendere di più. E se possono spendere di più, per i possessori dell’ortodossia liberista significa che hanno la possibilità di far viaggiare più velocemente l’economia. Quindi, poiché sono forti, vanno aiutati ad esserlo ancora di più, mentre chi ha di meno si paghi tutto ciò di cui ha necessità (dalle medicine ai contributi pensionistici) e, per non essere di intralcio, faccia la bestia da soma e taccia perché, come scrisse Dario Fo per Enzo Jannacci (due geni assoluti che in Italia non sono stati mai capiti), “sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi [villani] piangiam” (“Ho visto un re”, 1968). L’impostazione della legge finanziaria sovverte il modus operandi berlusconiano, effettuando una piccola, anche se significativa, operazione di redistribuzione dei redditi. Per carità, non si tratta, come l’ha propagandisticamente presentata Rifondazione Comunista, di un’operazione che fa piangere i ricchi, perché le ingiustizie sociali in questo paese sono molto radicate e ci vorrebbero anni di azione profondamente riformista per appianarle (e, peraltro, non è mai bello far piangere qualcuno, nemmeno se è ricco). È solo, e non è poco, un passo nella direzione di quell’equità e giustizia sociale che una democrazia moderna ha il dovere di perseguire.
Ognuno ha dato il suo giudizio sulla Finanziaria. In realtà, per un motivo o per l’altro, sono quasi tutti critici. Dividerei i pareri critici in due categorie: quelli strumentali e quelli che hanno fondamento. Nel primi gruppo inserirei:
a) L’opposizione. Tautologicamente protesta perché è all’opposizione e vede intaccati i privilegi del suo elettorato di riferimento,
b) Clemente Mastella. Mastella se non sbraita non esiste (una parte della politica italiana è pura società dello spettacolo, non bastano più i Sartori, i Diamanti ed i Pasquino per interpretarla, ci vuole Guy Debord). Il ministro della Giustizia non fa politica, gestisce un’azienda composta da lui e dalla di lui gentile signora (Presidentessa del Consiglio Regionale della Campania) e chiamata Udeur. Udeur si occupa fondamentalmente di attività (lecite, beninteso) di lobbing in Parlamento e Mastella la manda avanti utilizzando i consensi e le clientele e trovando un giorno sì e l’altro pure il modo di reiterare la sua presenza su giornali e tv, preferibilmente minacciando di uscire dall’esecutivo e di passare armi e bagagli con lo schieramento avverso. Apparire dunque esistere ed autoperpetuarsi, questo è il programma mastelliano. Né destra, né sinistra: se stesso, un Luigi XIV tra Ceppaloni e Roma.
c) Confindustria. Crede di aver ottenuto poco. Ognuno ha le sue opinioni
Poi ci sono le opinioni fondate:
a) Sindaci. Ad onor del vero, si vedono tagliate moltissime entrate. Gli enti locali dovrebbero imparare a gestirsi meglio ed a spendere meno, ed i Sindaci non possono solo attribuirsi solo il merito di erogare servizi per poi far ricadere gli oneri interamente sul governo centrale. Sono stati voluti poteri reali e decentramento e si deve imparare anche a sopportarne i costi. Ciò premesso, però, Padoa Schioppa pare avere ecceduto, comportandosi, in questo ambito, né più né meno come chi l’aveva preceduto, tagliando senza la minima pietà i trasferimenti ai Comuni e non concordando nulla con l’ANCI. In questo modo, ciò che i cittadini risparmieranno dall’Irpef saranno costretti a sborsarlo pagando più Ici e tassa di smaltimento rifiuti, e ciò non è esattamente progressista.
b) Cittadini. È stata messa una tassa sulle prestazioni di pronto soccorso e sono stati alzati i ticket. Sarebbe stato molto facile evitare questi balzelli odiosi modificando qualche altro capitolo di spesa.
Per quanto concerne la pubblica amministrazione, va letto questo articolo di Gian Antonio Stella. È apparso sul “Corriere della Sera” del 5 ottobre.
Con 664 classi in meno ci sarebbe una riduzione di 1.455 docenti
Il governo «taglia» i bocciati e il personale
«Riducendo del 10% i ripetenti, si avrà un risparmio di 56 milioni dal 2008». Ma negli ultimi anni è già record: solo 3% di respinti.
Bastava dirgli la formula magica, «Briclebrit! », raccontano i fratelli Grimm nella loro celebre favola, e l'Asino d'oro «buttava monete d'oro, di dietro e davanti» . Mica male, si devono esser detti i cervelloni della legge finanziaria. E per tirar su un po' di soldi hanno deciso di puntare anche sui somari. Scolastici. Evviva: dalla finanza creativa a quella fiabesca. Spiega infatti la pagina 352 del monumentale documentone pubblicato dalla Camera dei Deputati, che uno degli obiettivi del governo, dopo l'innalzamento dell'obbligo di istruzione, è quello di attivare «idonei interventi finalizzati al contrasto degli insuccessi scolastici» con «attività di accoglienza, rimotivazione e riorientamento, nonché l'individualizzazione della didattica in modo da tener conto delle diverse forme di intelligenza e dei diversi stili di apprendimento».
Parole criptiche in burocratese stretto ma il senso, con qualche fatica, si capisce: visto che si alza l'età dell'obbligo portandola a 16 anni, la scuola deve fare tutti gli sforzi possibili per tirar fuori il meglio dagli alunni. Anche da quelli più zucconi. Quelli descritti da Collodi come «ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole», che «diventano tanti ciuchini». Ottimo proposito, se fosse dettato solo dalla premura per i giovani cittadini ciuchi. Ma c'è un risvolto, diciamo così, un po' meno disinteressato. Aggiunge infatti il disegno di legge che «la conseguente riduzione della permanenza media degli alunni all'interno del sistema determinerà una riduzione della spesa per oneri del personale» . Insomma, spiega Italia Oggi cui va il merito di avere scovato la chicca nella massa cartacea, «meno ripetenti significa meno classi, meno professori, meno bidelli» .
«Meno» quanto? Il documento si avventura sulle cifre: «Al fine della stima del risparmio, è stata considerata una riduzione del l0% del numero dei ripetenti dei primi due anni di corso della scuola secondaria di secondo grado, ammontanti oggi complessivamente a 185.002 studenti. Sì ricava così una diminuzione di 18.500 unità per la popolazione studentesca che, considerando l'attuale rapporto alunni/classi, corrisponde a 805 classi; supponendo quindi di poter diminuire il numero complessivo di classi in ragione dell'80% del possibile risparmio, si stimano 644 classi in meno» , con una riduzione di 1.455 docenti e 425 segretari, bidelli, custodi e così via «per una minore spesa di euro 56 milioni a decorrere dall'anno 2008, ed euro 18,6 milioni per l'anno 2007».
Oddio, non è che sulla scuola sia facile indovinarla. Basti ricordare il caso clamoroso di Franca Falcucci. Ve la ricordate? Faceva il ministro della Pubblica istruzione e nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola. Le chiesero: quanto costerebbe? Rispose: 31 miliardi e 200 milioni. Due anni dopo, nel 1984, l'allora ministro del Tesoro Giovanni Goria doveva ammette re che c'era stato un errore: la norma approvata costava a regime 1.580 miliardi l'anno, pari a oltre due miliardi di euro di oggi: 53 volte più del preventivato.
Da cosa gli ideatori nel nuovo estroso dribbling finanziario abbiano tratto stavolta la previsione su questa riduzione dei bocciati non è chiaro. Esclusa l'ipotesi del pendolo e dei fondi del caffè, anche il segretario della Cgil scuola Enrico Panini, che certo non passa per uomo ostile al governo unionista, dice che «forse si rifanno a uno studio del 2001 sugli effetti della riforma di Luigi Berlinguer che aveva portato l'obbligo a 15 anni e aveva avuto tra le conseguenze una certa riduzione del numero dei respinti». Forse. Ammette però, ridendo, che «può darsi che abbiamo fatto una botta di conti» . E assicura: «Nessun insegnante, in ogni caso, può accettare l'idea di avere la manica larga perché così fa bene alle casse dello Stato».
Anche perché, diciamolo, la scuola italiana è già di
manica larga. Sempre di più. Prendiamo la licenza liceale. Spiega l'Annuario
Statistico che nel regio anno scolastico 1888-1889 gli studenti del terzo anno
di liceo classico furono «licenziati» , cioè promossi, nell'86% dei casi. Ma si
trattava di una élite. Ai primi esami di maturità dopo la riforma di Giovanni
Gentile, nel 1924-25, con una platea di candidati decisamente più affollata,
solo il 25% fu promosso. E un quarto di secolo dopo, agli esami di maturità del
1951/52, i bocciati furono il 28,4%. Da allora la percentuale non ha fatto che
calare. Merito di generazioni studentesche più sveglie e più studiose? Mah...
Fatto sta che già nel 1970-71, i respinti erano precipitati al 9,4%. E hanno
continuato a scendere, scendere, scendere. Fino ai record di quest'anno, quando
secondo l´Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di
istruzione (Invalsi), i ragazzi bocciati sul filo dell'ultimo esame sono stati
tre ogni cento.
Certo, nei primissimi anni delle medie superiori, i numeri sono diversi. Sostiene il rapporto ministeriale «La scuola in cifre» che gli studenti costretti a ripetere l'anno (straordinario l'eufemismo politically correct del dossier che parla sempre di «non promossi») sono stati nel 2003/04 il 16,8% al primo anno, il 13,1 al secondo, il 12,5 al terzo. Concentrati in larga parte negli istituti tecnici e professionali. Dove la quota di bocciati è rispettivamente doppia (15,3%) o quasi tripla (19,3%) rispetto ai licei (7,3%). Ma è comunque dimezzata rispetto a venti anni fa. Quando forse i professori erano un po' meno bonari. E a nessuno veniva in mente di dire «Briclebrit!» sperando che gli asini buttassero monete d'oro...
Certo, nei primissimi anni delle medie superiori, i numeri sono diversi. Sostiene il rapporto ministeriale «La scuola in cifre» che gli studenti costretti a ripetere l'anno (straordinario l'eufemismo politically correct del dossier che parla sempre di «non promossi») sono stati nel 2003/04 il 16,8% al primo anno, il 13,1 al secondo, il 12,5 al terzo. Concentrati in larga parte negli istituti tecnici e professionali. Dove la quota di bocciati è rispettivamente doppia (15,3%) o quasi tripla (19,3%) rispetto ai licei (7,3%). Ma è comunque dimezzata rispetto a venti anni fa. Quando forse i professori erano un po' meno bonari. E a nessuno veniva in mente di dire «Briclebrit!» sperando che gli asini buttassero monete d'oro...
Leggendo questo articolo di Stella ho pensato che davvero qualcosa non va. Forse non ha torto chi dice che, al di là dei suoi ottimi principi ispiratori, questa legge finanziaria somiglia un po’ ad un’enorme partita di giro e sostanzialmente ha qualche aspetto che la rende non troppo dissimile da quelle di tremontiana memoria.
In ogni caso, Tommaso Padoa Schioppa è un uomo di ottima cultura. Se la sua
intelligenza ha potuto essere coltivata consentendogli di ricoprire ruoli così
prestigiosi, grossi meriti devono essere attribuiti anche alle scuole che il
ministro ha frequentato. Devono essere stati buoni istituti, con insegnanti
preparati. Probabilmente, se un giovane Padoa Schioppa oggi iniziasse a
frequentare una scuola come quella che uscirebbe fuori dalla sua Finanziaria,
forse (purtroppo) non potrebbe mettere a frutto pienamente la sua intelligenza,
e questo sarebbe un aspetto sommamente ingiusto.
La cultura e la formazione sono alla base del progresso civile di ogni nazione, è bene non dimenticarlo. Ad esse va dedicato ogni sforzo, economico e non solo, eppure in Italia tutto questo pare non essere mai recepito da chi ci governa. Non è un caso se il nostro paese ha un tasso di abbandoni scolastici troppo alto, se al Sud ci sono ragazzini che non frequentano nemmeno la scuola dell’obbligo e se l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa per quanto concerne i finanziamenti e le strutture messe a disposizione dei ricercatori scientifici. A causa di ciò, siamo una nazione arretrata rispetto ai paesi dell’Europa centro-settentrionale.
La cultura e la formazione sono alla base del progresso civile di ogni nazione, è bene non dimenticarlo. Ad esse va dedicato ogni sforzo, economico e non solo, eppure in Italia tutto questo pare non essere mai recepito da chi ci governa. Non è un caso se il nostro paese ha un tasso di abbandoni scolastici troppo alto, se al Sud ci sono ragazzini che non frequentano nemmeno la scuola dell’obbligo e se l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa per quanto concerne i finanziamenti e le strutture messe a disposizione dei ricercatori scientifici. A causa di ciò, siamo una nazione arretrata rispetto ai paesi dell’Europa centro-settentrionale.
Noi (inteso come maggioranza della nazione) riteniamo questa situazione non
più sostenibile ed abbiamo votato la sinistra proprio per avere un paese
migliore, più progredito ed avanzato sotto il profilo sociale e culturale.
Avessimo voluto un paese incolto, ci saremmo tenuti Calderoli.