2012.02.16 - Un monologo alla settimana
Non ho ancora capito dove sia lo scandalo nell’esibizione sanremese di Adriano Celentano. Celentano ha detto che la Consulta ha fatto male a bocciare i quesiti referendari. Non sono d’accordo, ma è un suo diritto dirlo.
Ha parlato dei lavoratori licenziati da Trenitalia, e qui gli andrebbe fatto un monumento.
Ha detto che “Famiglia cristiana” e “Avvenire” dovrebbero essere chiusi. Non ha affermato che ci vorrebbe un provvedimento legislativo a tal proposito, ha parlato da cattolico indignato perché quei giornali parlano di politica e non di fede, perché, a suo modo di vedere, sono privi di tensione morale. Sarà un suo diritto affermarlo o no? Peraltro, non si vede il motivo per cui lo Stato debba finanziare il giornale della Cei, se proprio dobbiamo dirla tutta, visto quanti soldi la chiesa italiana incassa grazie all’otto per mille (ma questo è un altro discorso).
Il concetto più forte lo ha espresso a proposito di Aldo Grasso, dandogli del deficiente. Ecco, qui vorrei dargli torto, ma proprio non ce la faccio. Grasso è una delle persone meno intelligenti e competenti del proprio mestiere che mi sia dato di conoscere (ne ho già parlato in passato e ne parlerò prossimamente) e basta leggere la sua risposta biliosa e saccente (la trovate qui http://www.corriere.it/spettacoli/speciali/2012/celentano-predicatore-decadente-grasso_96ccf2b2-5799-11e1-8cd8-b2fbc2e45f9f.shtml) per chiedere a Celentano di fare un monologo alla settimana.
Da http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/6509/
COMMENTO - visioni, politica
L'alieno sognatore atterrato sull'Ariston
Mariuccia Ciotta
16.02.2012
Il fuoco di fila contro Celentano si ripete da quel Fantastico 1987, «stai zitto e canta», leit-motiv sull'interdizione dell'artista a intromettersi nella realtà. Lo si vuole fiancheggiatore del potere, non produttore di bellezza e senso critico.
Adriano revenant tra vittime di guerre reali e metaforiche, tra bombe e linguaggio armato fino ai denti che non consente il suo svelamento. Sul palco di Sanremo, trasferito in un altrove di macerie, il corpo che si fa largo tra i cadaveri dichiara subito che non si può parlar d'amore, né cantarlo, senza fare i conti con il discorso autoritario dell'informazione, della politica e della tv. Ed ecco che arriva il commissario di Lei contro Joan Lui, a ripristinare l'ordine violato. Il dg con un nome che «tiene le distanze» scatena i suoi garanti del servizio pubblico, fuori Santoro, Dandini, Celentano e dentro Marano, noto moralizzatore dell'Isola dei famosi.
Il fuoco di fila contro Celentano si ripete da quel Fantastico 1987, «stai zitto e canta», leit-motiv sull'interdizione dell'artista a intromettersi nella realtà. Lo si vuole fiancheggiatore del potere, non produttore di bellezza e di senso critico. Così non tanto gli attacchi a questo o a quello scandalizzano all'indomani della performance sanremese ma il fatto in sé, l'insopportabile sconfinamento nel territorio esclusivo degli «editorialisti». Martedì sera l'obiettivo di Adriano è stato questo divieto, al di là dei suoi temi più cari, ambiente, pacifismo, lotta contro la pena di morte, e si è tradotto in una violenta offensiva contro l'aggressione preventiva che lo ha accompagnato sul set dell'Ariston. Un clima di profonda ostilità, una specie di esorcismo concertato da organi di stampa e Rai con l'intenzione di spingerlo verso la rinuncia.
L'hanno chiamata vendetta personale, la sua, con nome e cognome, ma i nominati valevano uno per tutti, il più illustre dei critici televisivi e i giornali simbolo degli ambienti ecclesiastici. Entrambi colti in flagranza di reato. Se il Grande Fratello era lo «specchio dell'Italia», sentiamo dire ora, perplessi, dal medesimo critico che il Sanremo di Celentano è il «festival delle vecchie zie» (Aldo Grasso vede sempre vecchie zie e mai vecchi zii) e assistiamo al rimbalzare della comoda formuletta coniata da Giorgio Bocca, «un cretino...» con o senza talento, a seconda il grado di indulgenza. E si preoccupano, i columnist, dei cretini come noi che «siamo disposti a prenderlo sul serio» mentre «sul serio» lo prendono loro quando interpretano il Paradiso di Adriano allo stesso modo del prete dagli altoparlanti stonati, visto che è chiaramente un luogo dell'aldiquà. Se non ce l'hai un paradiso da contrapporre al mondo così com'è hai perso il senso dell'agire. Avvenire e Famiglia Cristiana, per esempio, nel momento in cui si scagliano contro il musicista non perché ha preteso un cachet troppo alto ma perché ha deciso di regalarlo «a Emergency e ai poveri» senza passare per le parrocchie, in sintonia con l'eretico rosso Don Gallo «che ha dedicato la sua vita ad aiutare gli ultimi», gli operai licenziati da Trenitalia, ottocento persone chiuse nella torre della stazione di Milano da dicembre. E, aggiungiamo, perché ha sostenuto Pisapia e i referendum a difesa del «bene comune». Quando invoca la chiusura delle «testate ipocrite», con comprensibile reazione indignata delle stesse testate e della Fnsi, Celentano indica (in violazione della legge del mercato che decide vita e morte dei giornali) il suicidio di Avvenire e Famiglia Cristiana, senza più «paradiso».
Colpevole di quel «troppo cuore» denunciato da Monti, Celentano ha esibito il maledetto «buonismo sociale», causa di tutti i mali secondo un governo fatto di «materiale di ottima resistenza apparentemente indipendente, facile all'ossido dei partiti». I «cattivisti» di moda affondano in un brodo di giuggiole, «Who killed Bambi?» chiedono i Sex Pistols. Io, io, io... Non c'è nessuno che si è salvato da un Adriano pervaso di malinconia come il suo splendido ultimo cd, disillusione anni Sessanta in poi, che interpreta l'amarezza di un'Italia «che non è come la Grecia», altro insostenibile mantra di questi giorni, un'Italia desiderosa di sentire la verità, «Francia e Germania hanno imposto alla Grecia l'acquisto di armamenti in cambio degli aiuti europei» . Sulle note del sempre irriducibile rock, il siparietto di 50 minuti ha aperto un varco in un festival abbonato alle battutine di seconda mano, con quello starnazzare su «dove sono le donne?», in puro stile giurassico di fronte al presente di Adriano che nello smontare il lessico dominante ha osato chiamare in campo Pupo, l'altro da sé, per sdrammatizzare l'intervento sulla Consulta che «ha buttato nel cestino un milione e mezzo di firme».
Prove di campo contro campo, assenti sul piccolo schermo, e provocazione sul «popolo sovrano» al quale vanno date solo risposte «tecniche». Governo tecnico per un festival tecnico, dal quale ora si espelle il sognatore, il maldestro alieno che si «crede un filosofo» mentre ha solo dato voce, e che voce, non ai «bassi» di spirito ma ai piccoli, grandi dentro.