2011.10.05 - Diventare ciò che si è


Se vi chiedono cos’è l’Italia, siate intellettualmente onesti. Non rispondete – per favore – che è il paese della cultura, dell’arte, che è la culla della civiltà o addirittura che è la settima o ottava potenza industriale del mondo. Dite invece la verità, vale a dire che in questo paese si muore di lavoro, che cinque operaie di Barletta sono morte sotto le macerie di un palazzo che è crollato loro addosso dopo che da settimane scricchiolava in modo inquietante, dopo che vigili del fuoco, forze dell’ordine, tecnici comunali si erano recati sul luogo allertati dalla popolazione e avevano detto sussiegosi che tutto era a posto, che si doveva lavorare tranquilli, che lì non sarebbe mai successo niente perché l’edificio era sicuro.
Dite anche che queste operaie lavoravano in nero per la cifra oraria di 3,95 Euro (il costo di un cappuccino al bar, in sostanza) e che la loro giornata di lavoro poteva persino durare quattordici ore. Ditelo, almeno forse inizierete a provare vergogna anche voi.
Il sindaco di Barletta, Nicola Maffei, si è permesso di dire: “Non mi stento di criminalizzare chi in un momento come questo viola la legge, assicurando, però, lavoro a patto che non si speculi sulla vita delle persone" (1).

Morire sotto le macerie per 3,95 Euro l’ora – e in nero – per Maffei non significa speculare sulla vita delle persone, il che dimostra che lo studio in alcune persone non serve a nulla (Maffei è ingegnere), non le migliora, non le eleva.
Non si può che diventare ciò che si è, pensava Nietzsche: evidentemente ciò vale anche per gli stupidi.


Da http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/423319/

Cronache
04/10/2011 - IL CASO
Crollo a Barletta, indaga la Procura.
"Morte per 3,95 euro l'ora in nero"
Napolitano: "Sciagura inaccettabile"


I parenti delle quattro operaie: "Lavoravano senza contratto".
Il Capo dello Stato: ora chiarire

BARLETTA

Lavoravano in nero, senza contratto, per poter vivere, anzi per «sopravvivere», per pagare il mutuo per la casa o per poter semplicemente fare benzina. In quel laboratorio di confezioni dove cucivano magliette e tute da ginnastica lavoravano dalle 8 alle 14 ore: dipendeva se arrivavano o meno buone commesse. Prendevano 3euro e 95 centesimi all’ora.

Le storie delle quattro operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma, a Barletta, è quella di donne del Sud che combattono, che si danno da fare per potersi sposare o per pagare un mutuo, per dare una mano ai risicati bilanci di famiglia. Matilde, Giovanna, Antonella, Tina erano giovani donne che si rimboccavano le maniche per avere qualche soldo in tasca e realizzare il sogno di una vita semplice e tranquilla.

La Procura ha aperto due inchieste: le ipotesi di reato (per ora a carico di ignoti) del fascicolo di Trani sono disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Ma l'iscrizione degli indagati dovrebbe essere solo questione di ore. Un altro punto che gli investigatori sono chiamati a chiarire è la denuncia arrivata dai familiari delle operaie morte, secondo cui le quattro donne lavoravano nell'opificio in nero, per quattro euro all'ora. Per quanto riguarda il crollo, l'attenzione è rivolta a quelle crepe apparse sulle pareti del palazzo di via Roma, crollato ieri mattina in pochi minuti. Riflettori puntati anche sul sopralluogo che vigili del fuoco, vigili urbani e un tecnico di palazzo di città hanno fatto venerdì mattina. Ci sarebbero state crepe visibili da tempo, ma che erano aumentate nelle ultime settimane.

Le operaie sono morte in quel laboratorio, mentre erano al lavoro, travolte dalle macerie della palazzina e insieme con loro è morta la figlia 14enne della coppia di proprietari della piccola azienda, i coniugi Cinquepalmi: si sono salvati perché erano andati a trovare in ospedale l’anziana madre dell’uomo. E c’erano anche loro, un po’ in disparte, lontani dagli altri parenti, oggi al policlinico di Bari, davanti all’obitorio dove sono stati ricomposti i resti delle vittime, sottoposti a esami medico-legali. I parenti delle vittime si sono stretti nel loro dolore, abbracciandosi. Alle 14, dopo ore di attesa, hanno avuto finalmente l’autorizzazione dal magistrato per poter scendere nella camera dove si trovavano le spoglie dei loro cari: quattro per volta, non di più. Anche questa è sembrata una beffa. Alcuni, i più anziani, sono stati colti da malore e sono stati accompagnati in autoambulanza al pronto soccorso del policlinico.

Non ce l’ha fatta a reggere il peso del dolore anche il marito di Tina Ceci, di 37 anni, l’ultima ad essere estratta dalle macerie la notte scorsa: si è allontanato tra le lacrime, sorretto dai familiari. «Era gente semplice, - hanno detto ai giornalisti alcune delle persone che sostavano in lacrime davanti all’obitorio - gente che lavorava per poter sopravvivere». «Contratto?, nessun contratto - hanno detto - avevano le ferie e la 13esima pagate, questo sì, ma non erano "regolari"». Non è, il loro, un voler puntare l’indice accusatorio: le loro parole sono sembrate rassegnate ad una situazione che è piuttosto diffusa in tutta la Puglia, nel Sud. E anche il sindaco di Barletta, Nicola Maffei, è di questo avviso: «Non mi stento di criminalizzare chi - dice - in un momento come questo viola la legge, assicurando, però, lavoro a patto che non si speculi sulla vita delle persone». «Mia nipote - racconta la zia di una delle vittime - prendeva 3,95 euro all’ora, mia nuora, che lavorava con lei, quattro euro». «Mia nipote è morta soffocata - continua - era gonfia, aveva il collo e il viso di colore viola. Mia nipote aveva il terrore negli occhi. I suoi occhi erano spalancati, pieni di paura».

In tanti, infatti, pensano che se si fosse riusciti a scavare con più celerità, forse quelle donne sarebbero ancora vive: «Se avessimo continuato noi a scavare con le mani - dice un ragazzo, tra i primi ad accorrere sul posto dopo il crollo - forse saremmo riusciti a salvarle. Invece è cominciata la sfilata di gente in cravatta, gente che ci ha detto di andar via, ci hanno fatto mettere dietro le transenne e poi tutto improvvisamente è diventato lento». I corpi delle cinque vittime, presumibilmente nella tarda mattinata, saranno riportati domani a Barletta, dove sarà allestita una camera ardente. Lì la gente, quella che ha scavato con le mani tra le pietre, quella che ha dato da bere e da mangiare ai soccorritori, quella che ha pregato sui balconi, che si è riversata in strada per rimanere ore e ore dietro le transenne per aspettare in silenzio insieme con i parenti, potrà finalmente rendere omaggio alla sfortunata ragazzina uscita per un caso un’ora prima da scuola e a quelle quattro donne che per avere una vita normale e senza pretese hanno accettato un lavoro faticoso, malpagato, irregolare.

Intanto la politica reagisce. Queste sono «sciagure inaccettabili», dice Giorgio Napolitano. Sciagure, denuncia il capo dello Stato, che in Italia «si ripetono» nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro, cioè nei luoghi che dovrebbero essere i più sicuri, i più protetti. Non si può lasciar correre. Non basta piangere le vittime, bisogna fare giustizia, accertare le responsabilità, aiutare i sopravvissuti, prevenire altre tragedie. Napolitano è profondamente colpito dalla tragedia di Barletta e chiede al sindaco, Nicola Maffei, di comunicare la sua «commossa e affettuosa partecipazione» alle famiglie delle vittime e i suoi auguri di pronta guarigione ai feriti. La comunità di Barletta, ricorda, è stata «già duramente colpita negli anni da analoghi gravi eventi», e merita la solidarietà di tutto il Paese. Il precedente rievocato dal capo dello Stato è il terribile crollo di cinquantadue anni fa, il 16 settembre 1959, che causò 59 morti.





NOTE:
(1): Cfr. http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/10/05/news/barletta_crollo-22717494/