2011.08.07 - Tanto è il popolo a viaggiare in auto


Non ho ben capito cosa si aspettassero alcuni osservatori politici dai discorsi che Berlusconi ha pronunciato mercoledì 3 agosto in Parlamento. Occorre non essersi resi conto della natura del presidente del Consiglio per sperare che egli potesse riconoscere errori propri e del suo esecutivo. Berlusconi ha fatto propaganda pro domo sua, come sempre, dicendo che:
- il paese è economicamente solido;
- la crisi effettivamente c’è, ma che la colpa non è certo del governo e di chi lo presiede, i quali hanno invece operato benissimo parando i colpi dei mercati e degli speculatori;
- lui è un imprenditore di alto livello e ha tre aziende quotate in borsa (ma la legge sul conflitto di interessi non gli aveva tolto tutto?), per cui c’è da stare tranquilli.

In qualche altra sede Berlusconi ha affermato che lui oggi consiglierebbe a tutti di comprare azioni Mediaset (1), a dimostrazione che il nostro è ormai uno stato tribale il cui capo dell’esecutivo non tutela l’interesse pubblico, ma propaganda beatamente le sue attività personali. Obiezione: “Ma lo fa per tranquillizzare i cittadini”. Risposta: “No, lo fa per tranquillizzare se stesso, l’imprenditore Berlusconi ha tutto da perderci dalla crisi attuale”.

Venerdì 5 agosto il Presidente del Consiglio ha parlato ancora. Stavolta è stata una conferenza stampa, tenuta, come i discorsi parlamentari di mercoledì, “a mercati chiusi”. Questo fatto del dover parlare quando le borse non lavorano è indicativo dei tempi che viviamo. In un mondo dove la politica conti qualcosa, sarebbero le borse a dover chiudere quando un’alta autorità istituzionale deve tenere discorsi di peso. Invece la politica ha deciso di togliere il freno a tutto e di far comandare il dio-mercato con i suoi irresponsabili (e sovente inetti) profeti non eletti da nessuno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Torniamo alla conferenza stampa tenuta venerdì da Berlusconi. Il piano d’azione dell’esecutivo contro la crisi è il seguente:

- Anticipo al 2013, del pareggio di bilancio deciso nella recente manovra finanziaria (la quale lo prevedeva per il 2014);
- introduzione del vincolo di equilibrio (pareggio di bilancio) dei conti nella Costituzione;
- modifica dell'articolo 41 della Costituzione sulla libertà d'impresa liberalizzando tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge,
- riforma del mercato del lavoro.

Se si deve anticipare al 2013 ciò che era previsto per il 2014, vuol dire che chi ha redatto la finanziaria ha fatto male i suoi conti, in buona o in cattiva fede. Il pessimo contabile ha un nome e un cognome: Giulio Tremonti, uomo dalla grande autostima, dalle discutibili capacità e dalle pericolose frequentazioni.

Sarebbe ingeneroso non riconoscere che il ministro non è il solo colpevole dello sfascio dei conti di casa nostra, e che il suo superiore a Palazzo Chigi lo è nella stessa misura. Ciò detto, ancora una volta, Tremonti ha dimostrato di essere un macellaio sociale chiamato a rivestire un ruolo più grande di lui. Le misure da lui previste (e che chi scrive ha in breve commentato nei giorni scorsi) non solo sono inique socialmente, non solo sono depressive per l’economia, ma sono anche insufficienti.

Tremonti alla guida dell’economia di una nazione che vuol dirsi avanzata è come un ragazzino moccoloso di sette anni chiamato a leggere, comprendere e commentare “Delitto e castigo” di Dostoevskij: un compito improbo. Se i nostri conti sono fuori controllo, se il rapporto deficit/Pil cresce senza sosta, la colpa non può essere solo della crisi, ma deve innanzitutto risiedere in chi guida la politica economica di casa nostra.
Malgrado ciò che si dice, a breve sarà necessaria un’altra manovra correttiva valutabile in trenta milioni di Euro. Essa riuscirà nella non certo facile impresa di essere socialmente più iniqua della precedente. Tremonti e Berlusconi che tassano le rendite, introducono la patrimoniale, combattono realmente l’evasione fiscale sono infatti un’eventualità probabile come un fiume che scorre dal mare verso la sorgente. Aspettiamoci però nuovi tagli allo stato sociale, al diritto allo studio, alla previdenza e significativi aumenti delle imposte indirette (quelle cioè che colpiscono allo stesso modo il ricco e il povero).

Per quanto concerne l’introduzione nella Costituzione di un articolo che preveda l’equilibrio di bilancio, siamo alla demagogia vera e propria. Innanzitutto la legge fondamentale di uno Stato non può e non deve contenere tutto, altrimenti la si banalizza e la si rende un enorme scatolone che, per la sua prolissità, non dice nulla.

Siamo poi sicuri che il pareggio di bilancio sia una conquista? A mio avviso, no. Mettere nella Costituzione la necessità di avere un bilancio sempre in equilibrio sancirebbe l’ennesimo e inopinato omaggio a quel liberismo che è la causa di tutti i nostri mali. Sul deficit spending John Maynard Keynes ha costituito una teoria economica non da poco. Introdurre il pareggio di bilancio come obbligo costituzionale potrebbe essere un grosso freno allo sviluppo di politiche interventiste e solidaristiche, e tale eventualità va scongiurata in ogni modo.

Ancora: modificare l’articolo 41 della Costituzione è un’idea quantomeno balzana, se non fosse intrisa di pseudo-reaganismo di terza mano e quindi criminale. Mi risulta che la Costituzione non impedisca la libera iniziativa, ma che al contrario la incoraggi. Forse non vivo al centro del mondo e di certo non sono l’osservatore più attendibile, ma non mi è mai capitato di vedere un imprenditore che non potesse intraprendere un’attività produttiva perché la legge fondamentale dello Stato glielo proibisce. In Italia abbiamo prodotto anche le mine anti-uomo, per dire…

Certo, ai fanatici del liberismo dà fastidio il riferimento all’utilità sociale contenuto nell’Articolo 41 della Costituzione, elemento cui deve essere subordinata la libera impresa (2), perché per loro la legge è un impiccio, l’etica un ammennicolo e il dovere un obbligo da cui la ricchezza rende esenti. Ma sono queste persone a essere fuori dalla storia, non il dettato della Costituzione, il quale una volta di più va strenuamente difeso dagli assalti famelici di Berlusconi e dei suoi sodali.

Per quanto concerne la riforma del mercato del lavoro, aspettatevi ulteriori tagli ai diritti. Il solo fatto che l’insieme dei lavoratori e degli impieghi a loro disposizione venga chiamato appunto “mercato del lavoro” fa rabbrividire. A una realtà fatta di uomini e donne non può essere apposta l’etichetta “mercato”. Si fa mercato delle merci e delle cose inanimate, ma mai degli esseri viventi. Il nostro linguaggio ci ha abituati a non formulare più simili considerazioni, e a non renderci più troppo conto che dietro alla precarizzazione, al peggioramento delle condizioni quotidiane di vita professionale, ai tagli a salari e pensioni si cela sempre un abbrutimento nostro e dei nostri simili. Al governo in carica non interessa alcunché del regresso delle condizioni di vita dei suoi amministrati, tanto è vero che in questi anni abbiamo avuto non un calo della ricchezza, ma una polarizzazione estrema della sua distribuzione: i ricchi sono diventati sempre più ricchi, i ceti popolari sempre più poveri.

Continueremo su questa strada, dunque. Liberalizzeremo il liberalizzabile, precarizzeremo il precarizzabile, privatizzeremo il privatizzabile, venderemo il vendibile. Nulla di nuovo, dal momento che negli ultimi due decenni abbiamo fatto solo questo. I liberisti sono la causa della situazione che stiamo vivendo, eppure sono talmente accecati dalla loro ideologia da non rendersi minimamente conto che solo cambiando in toto la politica economica si potrà uscire dal guado.

I liberisti non ragionano, perseverano.

Lanciata la macchina dello sviluppismo a tutta velocità, non frenano nemmeno sull’orlo del baratro, ma propongono un’ulteriore accelerata.

Tanto è il popolo a viaggiare in auto.

Lorsignori, avrebbe detto Fortebraccio, viaggiano in aereo.





NOTE
(1): Cfr. http://www.lettera43.it/economia/finanza/22727/cav-piu-brocco-che-broker.htm
(2): L’articolo 41 della Costituzione italiana così recita:
“L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.