2011.06.26 - Una nazione tribale


Non mi stupisce che in Italia ci siano personaggi come Luigi Bisignani. L’onorevole Italo Bocchino, che evidentemente lo frequentava, ha detto che Bisignani è un lobbista come tanti, e che una figura come quella dei lobbisti è diffusa, specie negli Usa.

Bocchino fino a ieri l’altro era fedele alleato di Berlusconi e prima tesseva le lodi di Giorgio Almirante, per cui non possiede elementi curriculari che lo possano qualificare come valido analista del funzionamento e della strutturazione dell’assetto istituzionale di una democrazia.

Luigi Bisignani figurava nell’elenco degli iscritti alla loggia massonica P2. Solo questo dovrebbe farlo ritenere dalla classe politica un appestato. In Italia invece gli iscritti alla P2 presiedono il consiglio dei ministri (Silvio Berlusconi) e guidano il principale partito nazionale (Fabrizio Cicchitto), segno che il concetto di decenza è piuttosto estraneo a gran parte di noi.

Come se non bastasse, Luigi Bisignani è stato condannato a due anni e mezzo di reclusione perché coinvolto nelle tangenti legate alla Enimont. Malgrado tutto ciò, egli ha un ufficio di rappresentanza a Palazzo Chigi, dove tutti vanno in processione a chiedere consigli.

Ci si recano le ministre Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo, di certo più a loro agio nello shopping lungo le vie del centro che negli insidiosi uffici ministeriali, i quali richiedono competenza e preparazione. Doti che non si inventano da un giorno all’altro.

Ci si reca Mauro Masi, che da Bisignani si fa perfino scrivere la lettera di licenziamento da inviare a Michele Santoro. Io ero certo che Masi avesse serie difficoltà non solo con il diritto, ma anche con la sintassi e con la grammatica, e quindi non mi stupisce che per scrivere quindici righe si sia dovuto rivolgere ad altri: ci sono infatti attività che risultano improbe a chi non brilla per intelligenza. Questo però mi fa provare ancora più stima per Santoro, il quale non è solo – e di gran lunga – il miglior giornalista televisivo italiano, ma è anche un uomo che nell’esercizio quotidiano del suo lavoro incontra ostacoli enormi postigli da avanzi di galera e inetti variamente assortiti. Nessuno ha mai riflettuto abbastanza su quanto Santoro abbia fatto e faccia per la libertà di espressione in questo paese e su quanto ognuno di noi gli debba essere grato.

Ci si recano, o lo contattano, Gianni Letta, Andrea Ronchi, Mauro Moretti, Lorenzo Cesa, Elisabetta Gardini e tanti altri uomini (e donne) di palazzo. Bisignani è un’eminenza grigia, un uomo dal potere straordinario non si sa bene da chi elargito. In verità, se si guarda la biografia dell’uomo, non ci vuole tanto a comprendere come stiano le cose. Oggi è uscita la notizia che nella rete della Magistratura è finito anche il capo di stato maggiore della Guardia di Finanza, generale Michele Adinolfi, accusato di favoreggiamento. Pare che Adinolfi fornisse informazioni riservate a Bisignani e che quest’ultimo fosse a capo di una sorta di rete spionistica in grado di condizionare e indirizzare le scelte politiche del nostro paese. Non si tratta di una novità per l’Italia, paese che ha una lunga consuetudine con strategie della tensione, poteri paralleli, deviazioni istituzionali e infiltrazioni di vario genere all’interno delle articolazioni pubbliche.

Non siamo ancora uno Stato moderno, non facciamoci illusioni. Siamo una nazione piuttosto tribale, in cui troppe zone d’ombra sono contigue alle strutture politico-istituzionali legittime e ne influenzano decisioni che dovrebbero essere invece prese con modalità trasparenti.

Nel palazzo del governo un faccendiere svolge un’attività contraria alle leggi dello Stato ricevendo esponenti di punta del governo medesimo. Roba da far accapponare la pelle, se non fosse che la cultura democratica è estranea a larghe fasce della nostra popolazione, peraltro perfettamente rappresentate dall’esecutivo attualmente in carica.