2012.01.24 - Se non altro
Stasera seguivo il Tg1. Si parlava di politica, delle imminenti riforme del Governo. Visto l’operato del Governo Prodi in questi ultimi mesi, ammetto che seguivo il tutto con una certa preoccupazione.
Parlavano prima Bersani e poi Rutelli e sottolineavano come le prossime misure dell’esecutivo saranno tutte volte a favorire i consumatori. Luca Cordero di Montezemolo ci metteva del suo ed aggiungeva che finalmente il Governo aveva varato la strada delle liberalizzazioni e che queste avrebbero fatto l’interesse dei consumatori.
I consumatori, dunque, sono la nuova frontiera della retorica politica.
Una volta esistevano i lavoratori e su di loro, in quanto cittadini, si cercava di modellare l’azione politica (si cercava almeno in teoria perché in pratica questo paese, e mi riferisco all’età repubblicana, è sempre stato sgovernato più che governato). Non è un caso che l’Articolo 1 della nostra Costituzione (la quale non è più in vigore se non per motivi meramente formali, state tranquilli) dica che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro.
Il lavoro, dunque, era visto come fattore di avanzamento sociale dell’uomo, non solo e non tanto come fonte di sostentamento. Era una concezione nobile dell’esistenza e della società, quella, non foss’altro perché tutti siamo in grado di lavorare, quindi tutti siamo uguali di fronte al lavoro e tutti siamo uguali dinanzi alla struttura statale che ci governa. E la struttura statale a sua volta si impegna per promuovere il lavoro, e quindi l’avanzamento sociale, qualora e dove questo non vi sia. Ed ancora, in questo modo è la politica (quindi la società) ad indirizzare l’economia, a piegarla in base a fattori non di convenienza utilitaristica e di pochi bensì secondo scelte di convenienza sociale.
Oggi, invece, l’imperativo è consumare. La politica è diventata l’ancella stupida dell’economia. L’idea di indirizzare il funzionamento di quest’ultima a difesa dei più deboli è diventata una bestemmia, si ritiene giusto (da destra, mentre da sinistra si ritiene non sbagliato) che i più forti siano tutelati ed aiutati in quanto più ricchi, quindi più capaci di consumare, quindi più cittadini (si è arrivati infatti a considerare la ricchezza come un merito e non come una conseguenza delle distorsioni sociali). I lavoratori sono considerati un impiccio in quanto costano troppo alla società, sono poco flessibili (hanno troppi diritti), si lamentano, chiedono sicurezze, si permettono di lamentarsi se assunti con contratti che ne prevedono il licenziamento tramite sms e senza motivo. Consumare, comprare, dilapidare i risparmi, far girare la ruota della produzione sono diventati invece i nostri obblighi (o diritti?) di cittadini.
Spero che quando assieme al codice fiscale ci daranno anche il carrello da supermercato, io possa già essere migrato in un paese dove la cultura conti qualcosa, il Welfare State sia un dogma indiscutibile, il governo imponga un orario di lavoro ridotto a parità di salario, non ci siano telefoni cellulari (o, almeno, ci siano quelli strettamente necessari) e tutti provino schifo nel sentir parlare di Mastella e Rutelli.
O almeno, se non fosse così, spero di essere in un paese in cui a porre in essere una politica miope come quella che vedo ora in Italia sia un governo di destra.
Se non altro, me ne farei una ragione.