2011.04.26 - Berlusconi, l'energia nucleare e la democrazia


Ecco cosa ha detto Silvio Berlusconi oggi a proposito del programma di nuclearizzazione dell’Italia.

Le affermazioni sono tratte da http://www.corriere.it/politica/11_aprile_26/berlusconi-nucleare_3a0dbfe0-6ffd-11e0-9dd7-595a41612a44.shtml .
«[Per quanto concerne il nucleare] in Italia l'accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini, perciò, se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Da qui la decisione della moratoria, decisa perché «dopo uno o due anni si possa avere un'opinione pubblica più favorevole».

Berlusconi ha ricordato che i sondaggi in suo possesso testimoniano che il timore del popolo italiano rispetto all’atomo è aumentato dopo Fukushima, affermando che la decisione di una moratoria sul nucleare è stata presa anche per permettere all'opinione pubblica di «tranquillizzarsi»: un referendum ora avrebbe portato ad uno stop per anni del nucleare in Italia. I contratti fra Edf ed Enel, perciò, «restano in piedi e non vengono abrogati, anzi – ha chiosato Berlusconi – stiamo decidendo di portare avanti contratti come quello sulla formazione che è molto importante. La posizione del governo italiano sul nucleare è una posizione di buon senso per non aver rigettato quello che è un destino ineluttabile».

La domanda è fin troppo scontata: può un Presidente del Consiglio giocare con l’ordinamento legislativo repubblicano come noi da bambini giocavamo con i soldatini?

Si può ancora definire l’Italia come una democrazia?

Oppure, a differenza di quanto tanti commentatori poco avveduti pensano, quanto scritto da Alberto Asor Rosa il 13 aprile su “il manifesto” è l’analisi più lucida e sincera del berlusconismo apparsa in questi anni (1)? Non è forse vero che “non c’è più tempo” per salvare questo paese da Berlusconi (2)?





NOTE
(1): Questo è l’articolo di Alberto Asor Rosa cui faccio riferimento:

Non c'è più tempo

Alberto Asor Rosa

il manifesto
13.04.2011


Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?

Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.

Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.


Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?

C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).

Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.


E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).

La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.

Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sé invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.

Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?

Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato, congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.

Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene.



(2): Alberto Asor Rosa ha poi approfondito la sua analisi il 19 aprile, sempre sulle colonne de “il manifesto”, con l’articolo che riporto sotto

La caccia è aperta

Alberto Asor Rosa

il manifesto
19.04.2011


Grazie, Presidente! Grazie, Silvio! Confesso di aver vacillato per un istante sotto la mole delle proteste, contestazioni, indignazioni, distinguo, recriminazioni, persino pianti e lacrime, e ingiurie, calunnie, prese in giro, dileggi e persino sputi in faccia suscitati dal mio articolo sul manifesto del 13 aprile. Per fortuna (attenzione, questa è una battuta), qualche giorno fa, sabato 16 aprile, ho potuto ascoltare il discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio all'incontro con quest'altra bella invenzione politico-organizzativa, che è il movimento «Al servizio degli Italiani», e mi sono facilmente persuaso che le cose non stanno affatto come le avevo descritte e interpretate in quell'articolo: stanno molto peggio.

Cosa c'è infatti di nuovo in tale discorso anche rispetto al nostro più recente passato? C'è che Berlusconi ha sentito il bisogno, proprio in questo momento (sottolineo: proprio in questo momento), di pronunziare un'allocuzione così estesa e impegnativa, anche se condita inevitabilmente di qualche inaudita volgarità (del resto, more solito). Egli, evidentemente, nutre oggi la piena sicurezza di poterlo fare, e ci ha tenuto, more solito, a darlo a vedere. Ha parlato, cioè, da vincitore, o che si crede tale (per lui spesso sono la stessa cosa, e questo, inverosimilmente ma incontestabilmente, aumenta sempre la sua potenza di fuoco).

Ne è scaturito un vero e proprio, impegnativo, denso e suggestivo, programma di lavoro, che torna orgogliosamente alle origini, ricostruisce, come forse finora non era mai accaduto con tanta chiarezza, una propria genealogia politica (dal pentapartito anticomunista pre-'89 a Bettino Craxi, non a caso tutti liquidati a loro tempo dalla protervia eversiva di magistrati di sinistra, anticipatori di quelli che oggi perseguitano lui), si spinge con grande sicumera fino alla fine della legislatura, si propone di riempire i prossimi due anni di tutti gli strumenti atti a vincere di nuovo le elezioni, va ancora oltre, disegna a tutto tondo un ritratto dell'Italia da ricostruire.

Nella sostanza questo discorso, questo programma di lavoro si può legittimamente considerare come il vero, autentico Manifesto di una visione pre e para-dittatoriale dell'agire politico in Italia. Suggerirei, a chi ne ha i mezzi tecnici, di rivedere il filmato al rallentatore, isolando, e tornando più volte a rivedere, i momenti culminanti di tale discorso, che andrebbero uno per uno ritrasmessi e illustrati per la chiarezza interpretativa di ascoltatori ed elettori. Come in tutte le progettazioni politiche che si rispettino, la costruzione del nuovo è preceduta dalla decostruzione del vecchio: e qui la decostruzione è totale. Il forsennato odio per qualsiasi forma di «giudizio» (l'Unto del Signore non può essere giudicato) mette al centro del programma l'annichilimento della macchina giudiziaria italiana, l'avvilimento subalterno, quasi servile, dei pm, la separazione e insieme lo smembramento delle funzioni, la persecuzione, minacciata e gridata, dei giudici e dei pm che fanno il loro lavoro, la subalternità della magistratura al potere politico.

Ma poi tutto il resto è coerente con questo disegno di decostruzione totale. Pensate al virulento attacco alla scuola pubblica. Perché costui ce l'ha tanto con i «professori», nella grandissima maggioranza dei casi onesti funzionari dello Stato, che fanno un lavoro di enorme responsabilità, sottopagati e sottostimati? Ma perché - come io vado sostenendo da tempo, e mi ostino a ripetere in tutte le situazioni - la scuola pubblica italiana, con tutti i suoi difetti e tutte le sue povertà, è uno degli architravi portanti dello spirito di unità e civiltà nazionali, il luogo dove programmaticamente si cerca di formare coscienze non succubi e non subalterne. Per questo diventa così esplicitamente il secondo obiettivo da distruggere dopo la magistratura. L'attacco ai libri di testo fa il resto. E chi potrà impedire che, secondo una sciagurata consuetudine storica, che pensavamo seppellita nel nostro più fosco passato, si passi in breve dai libri di testo ai libri tout court, alle case editrici che li pubblicano, ai loro autori malfamati e perciò destinati a entrare in un nuovo indice a uso e consumo dell'Unto?

E poi: l'attacco al meccanismo faticoso e snervante del gioco parlamentare (se ne farebbe volentieri a meno), la denuncia accorata dell'impotenza del governo e in modo particolare, ovviamente, del suo Capo, l'inceppo intollerabile rappresentato dalla Coste costituzionale, l'eccesso di potere (almeno per ora) nelle mani del Presidente della Repubblica... Insomma: tutto da cambiare, tutto da riformare, tutto da decostruire e rendere impotente, affinché tutto sia più soggetto al suo potere. La prospettiva che ne scaturisce è quella di un cambiamento radicale di struttura e costituzione formale e materiale dello Stato democratico e repubblicano, in vista di un accentramento dei poteri nelle mani del Capo, cui farebbe da pendant illusorio una diffusione crescente delle libertà individuali nel paese, secondo il principio - cui il Capo del resto si è esemplarmente ispirato nel corso di tutta la sua carriera e che anche in questo caso ha eloquentemente perorato - per cui «è lecito tutto quello che ti fa comodo». Non parliamo in questo quadro di diritti del lavoro e di obblighi di solidarietà sociale, tramontati ovviamente insieme con tutto il resto. E non parliamo, ma solo per ora, delle questioni attinenti all'unità politico-istituzionale del paese, da decidere più avanti con i complici della Lega.

Facciamo ora un passo, anzi due indietro. La domanda che innanzi tutto ponevo nel mio precedente articolo era: è vero o non è vero che esiste in Italia una situazione di rischio mortale per la democrazia ad opera del progetto politico e, se si vuole, anche della megalomania (ma questa è l'associazione che sempre si verifica in casi del genere) dell'attuale Presidente del Consiglio? Questo è il punto, questo è il punto, questo è il punto. Non mi pare sconsiderato affermare che l'ultima uscita sua - quella di cui abbiamo testé parlato - formalizzi e per così dire istituzionalizzi i presupposti di tale analisi e di tale previsione. Certo i fattori della crisi sono anche altri: per esempio, la debolezza della prospettiva politica e della coesione ideale delle forze di centrosinistra, come mi rammenta Pierluigi Battista sul Corriere della sera. Ma se questo è vero, non è vero e anche più decisivo l'altro fattore - l'attacco alla divisione dei poteri, al sistema delle garanzie, all'indipendenza dell'ordine giudiziario e al «pubblico» in tutte le sue forme - di cui invece non si parla o si parla troppo poco e quasi di sfuggita?

Se anche questo è vero - e questo, sì, questo io penso che sia assolutamente vero - ne scaturiva la seconda domanda: come si affronta, e si supera, una crisi verticale della democrazia che avanza a colpi di infrangibili e inattaccabili, sorde e mute, maggioranze parlamentari? È qui che la mia proposta di istituire a partire dall'alto uno «stato di eccezione» volto a garantire il ritorno alla «normalità» democratica, contro l'attuale fase di degenerazione estrema del sistema, ha suscitato proteste e dissensi anche in campo amico. Sono corse castronerie bipartisan d'ogni tipo - dal golpe militare alla «dittatura democratica», e altro - mentre non era impossibile capire (lo hanno fatto con grande chiarezza Paolo Flores d'Arcais e Furio Colombo sul Fatto quotidiano e Piero Bevilacqua sul manifesto), che forzare intenzionalmente la natura della soluzione avrebbe significato costringere tutti ad uscire allo scoperto - come è accaduto, e come forse con una più piana e perbenistica dimostrazione non sarebbe accaduto.


Comunque, accantono la proposta ma rinnovo la domanda: come si affronta, prima che sia troppo tardi, l'inedita questione, per cui il precipitare di una democrazia verso un'(altrettanto inedita) forma di governo populistico-autoritario, avviene a colpi di maggioranza parlamentare? Ci si può accontentare del residuo, sempre più disperato gioco delle parti all'interno delle Camere? È possibile invece prevedere una consultazione preventiva e non necessariamente pre-elettorale di tutte le forze di opposizione - tutte le forze di opposizione - per una denuncia clamorosa di quanto sta accadendo? Si può tornare a ragionare distesamente delle prerogative in materia del Capo dello Stato (io, ad esempio, nella mia ignoranza giuridica, non penso affatto che l'art. 89 della Costituzione ponga delle condizioni ostative nei confronti dell'applicazione dell'art. 88, ma naturalmente bisognerebbe discutere)? Non sarebbe auspicabile una dichiarazione solenne da parte di chi può che l'indipendenza della magistratura e il sistema delle garanzie (Csm, Corte Costituzionale) non si toccano - anzi, non si possono toccare? E, infine, per tornare al linguaggio duro, non sarebbe meglio prevedere e favorire - e perciò ben governare - una crisi istituzionale invece di aspettare passivamente tutte le conseguenze negative striscianti? Insomma, scegliete voi, purché scegliate, e scegliate presto, perché non c'è più tempo.


Tutto ciò, probabilmente, non avrebbe l'urgenza che io sento e vedo, se nel frattempo, come sempre è accaduto in tutte le consimili situazioni del passato, non si fosse scatenato l'esercito dei cani da guardia del sistema, cui è demandato per professione il compito di far piazza pulita delle menti libere e dello spirito critico - spirito critico sempre commendevole anche quando sbaglia. La caccia è aperta. A chi? Ma all'untore, ovviamente, mentre nel frattempo da tutti i pori del sistema spira indisturbata la pestilenza. Non è anche questo un argomento degno d'esser trattato nel quadro dell'attuale degenerazione del costume etico-politico italiano? Giro la domanda ai politici perbene e a quei commentatori che non hanno rinunciato a vedere al di là del proprio naso e della propria (non in tutti i casi egualmente stimabile) buona educazione.