2011.10.18 - Non sto dalla parte dei violenti


Non sto dalla parte dei violenti. Questo significa che non sto dalla parte di chi precarizza il lavoro, che non sto neanche dalla parte dei banchieri e dei finanzieri, né da quella dei politici ubriachi di liberismo: è loro la colpa – loro, della loro inettitudine, della loro malafede, della loro immoralità e della loro inconsistenza umana – se siamo sull’orlo del baratro.
Non sto e non posso stare dalla parte di chi ritiene i diritti umani come dei privilegi da eliminare: il diritto al lavoro è anche il diritto alla dignità, perché da esso discendono i diritti al reddito, all’istruzione, alla casa, alla salute e alla formazione di una famiglia. In questo sono consistiti trent’anni di liberismo sfrenato: nella rifeudalizzazione della società, nella sottomissione delle masse ai voleri di un’elite di tecnocrati fanatici, dell’elevazione dell’economicismo a modello di conduzione politica. Un passo all’indietro della storia, un tentativo di chiudere tra parentesi i progressi realizzati nella hobsbawmiana “età dell’oro”.

I violenti sono loro: quelli che hanno precarizzato il lavoro fino a renderci tutti accattoni; quelli che, invece di aiutare le famiglie in crisi, finanziano i salvataggi delle banche; quelli che hanno inventato i derivati, i mutui subprime, le cartolarizzazioni e la finanza virtuale; quelli che hanno massacrato il welfare state (pensioni, sanità, istruzione); quelli che hanno privatizzato l’acqua; quelli che hanno inquinato e continuano a trattare l’ecosistema come una pattumiera; quelli che vogliono perfino il nucleare, che si battono per la Tav e per gli inceneritori.

I violenti sono loro, dicevo, e la violenza genera violenza. In confronto a questi delinquenti, i ragazzi che hanno messo a ferro e fuoco le vie di Roma sabato scorso sono seminaristi francescani. Non mi stupisce il fatto che trecento ragazzi abbiano cercato lo scontro con le forze dell’ordine. Mi stupisce semmai che siano stati così pochi, vista la disperazione sociale che ci circonda.

Non sono un assertore della non-violenza. Ribellarsi è giusto. Ribellarsi è anche naturale, un dovere morale, direi. I non-violenti mi fanno ridere. Fosse stato per Aldo Capitini, non sarebbero dovuti esistere nemmeno i partigiani: chissà come se ne sarebbero andate le camicie nere e quelle brune? Con la forza della preghiera? Sdraiandosi davanti ai carri armati per fermarli? Regalando fiori a Kesserling? È proprio vero che la stupidità a volte è oltraggiosa.

Anche la violenza è un diritto, ed è tanto più forte quanto più duro è il sopruso che vuole combattere.

Perché, allora, i disordini dell’altro giorno?  Cerchiamo di essere seri. Chi dice che si sia trattato di un’operazione condotta da infiltrati farebbe bene a tacere. Non dico che all’interno della manifestazione non ci sia stato qualche infiltrato (sarebbe strano il contrario), ma questo non vuol dire niente. Gli scontri sono stati voluti da un’ala del movimento. Discorso diverso è invece quello relativo a una possibile prevenzione degli scontri. Ad occhio e croce, è strano che nei giorni precedenti la marcia degli indignados di casa nostra il Ministero dell’Interno e le Digos di tutta Italia non abbiano fiutato che c’erano propositi barricaderi. È molto probabile che qualcosa si sapesse ma che si sia lasciato degenerare il tutto, in maniera tale da nascondere la piattaforma rivendicativa di chi manifestava quando i mass-media avrebbero riferito il tutto. Ecco chi sono i violenti.

Mi infastidisce l’ingenuità degli indignados. Come si fa ad organizzare una manifestazione del genere rifiutando ogni servizio d’ordine? Chi controlla e chi impedisce le infiltrazioni di possibili esagitati di ogni provenienza? Nessuno. E infatti è successo quel che è successo. Ha senso allora recriminare contro i cattivi incappucciati, o forse occorrerebbe prendersela con la propria pochezza? Lo spontaneismo è bello quando si gioca in un prato, non quando si vuole fare politica. In quest’ultimo caso è indice di infantilismo. Nessuna rivendicazione è attuabile se non proviene da una realtà strutturata e organizzata, e sarebbe bene che i vari movimenti (che non a caso durano lo spazio di pochi momenti e poi si sciolgono) lo imparino.

Tutto questo vuol dire che hanno ragione quelli che hanno divelto sampietrini, sfondato vetrine e quant’altro? Non proprio. Hanno ragione ad essere rabbiosi, amareggiati, delusi e incattiviti, ma sono stati sostanzialmente ingenui come i non-violenti. La violenza, ripeto, a mio avviso è legittima, tuttavia si deve tener conto che perseguirla il più delle volte non ha senso. Anzi, può rivelarsi contro-producente (e sabato mi pare lo sia stato). Ho poi il timore che questi ragazzi dietro la propensione al disordine celino ben poco in termini di strategia ed elaborazione politica, per cui i tumulti e gli assalti da loro promossi non sono altro che la testimonianza di sterilità intellettuale e disperazione. Proprio per questo, sono passati dalla parte della ragione a quella del torto. Dalla ribellione al ribellismo, insomma, dal progetto all’assenza di ogni prospettiva. Dalla vita alla morte.




PS: Contro i violenti, Antonio Di Pietro ha proposto una versione aggiornata della legge Reale. Antonio Di Pietro non è un politico, ma un pescivendolo (con tutto il rispetto per la categoria) il cui pensiero non ha nulla a che fare con la sinistra. Più demagogo che progressista, giustizialista privo di ogni vera attenzione alla questione sociale, egli si inserisce negli spazi politici lasciati vuoti dal Pd e dalla galassia iper-conflittuale dei partiti più a sinistra di esso e li sfrutta, svuotandoli il più delle volte di contenuto. È ovvio che in una nazione disonesta e corrotta come la nostra, uno come Di Pietro possa riscuotere un certo successo nell’opinione pubblica stanca di malversazioni di ogni genere. Ma l’onestà, pur essendo fondamentale, non basta a strutturare una sinistra compiuta. Occorre ben altro, che Di Pietro non possiede. Tenetelo a mente quando torneremo alle urne.