2011.07.08 - Cretini e mentecatti. Pacate riflessioni sul liberismo


Secondo uno studio condotto da Unipol e Censis, quando i (pochi) giovani da poco entrati in pianta stabile nel mondo del lavoro andranno in pensione, riscuoteranno un vitalizio da fame: meno di 1.000 € al mese.
Quelli che, invece (e sono la stragrande maggioranza), lavorano un giorno sì e tre no, avranno molto di meno. Si tratta di uno dei tanti successi conseguiti da quel modello sociale di tipo delinquenziale che siamo soliti chiamare turbo-capitalismo e dai suoi stolti profeti, autentici campioni di saccenteria e imbecillità.

Non si è ancora riflettuto abbastanza sui mali sociali prodotti dalla contrazione degli ambiti di azione del welfare state scientemente perseguita in questi ultimi decenni dalle classi governative di ogni colore. Il Welfare state è l’invenzione sociale – mi si perdonerà la definizione ascientifica – più nobile mai realizzata dall’uomo. In esso si sostanzia l’essenza reale della democrazia: il diritto degli uomini, a prescindere dalle loro condizioni sociali, reddituali, fisiche e culturali, a vedersi riconosciuta pari dignità e pari opportunità, nonché il dovere basilare dello Stato di rendersi garante di tale riconoscimento.

Perseguire la politica di questi ultimi anni significa incontestabilmente minare le basi essenziali della democrazia. Tagliare e privatizzare pensioni, istruzione, sanità e quant’altro significa legittimare la divisione tra chi, per motivi reddituali e patrimoniali, può permettersi dei servizi di serie A, e chi invece, in quanto meno ricco e fortunato, deve accontentarsi delle briciole. Detta ancor più chiaramente, alla base di tali politiche c’è un razzismo strisciante, un darwinismo sociale d’accatto e una povertà morale che non possono non essere definiti aberranti.

Che cosa faranno i giovani lavoratori odierni quando saranno vecchi e avranno bisogno di assistenza sociale? Avendo una pensione bassa (nei casi migliori, perché assai più sovente ce l’avranno da fame), come potranno pagarsi le prestazioni sanitarie di cui, inevitabilmente, necessiteranno? Semplice: non potranno. Avremo così dei nuovi poveri, ed è da mentecatti (e ci vado leggero) non rendersene conto.

Maurizio Sacconi dice: “Occorre stimolare la previdenza integrativa”. Il ministro Sacconi, questa scatola cranica inutilmente ampia, dovrebbe comprendere che se un lavoratore non ha salario non può pagarsi una previdenza integrativa. I precari odierni hanno stipendi miseri e discontinui, e comunque pagarsi una pensione integrativa diminuisce i redditi, già scarsi di loro: esemplificando al massimo, o mi pago la pensione integrativa oppure l’affitto di casa, perché tutte e due insieme non si può. Per cui, nonostante quel che pensino i ministrucci di casa nostra, la povertà attuale dei lavoratori alimenta la loro stessa povertà futura. I governi hanno come compito base quello di evitare la povertà e di correggere le storture sociali, invece quelli che perseguono politiche liberali riescono in modo straordinario ad acuire le disparità e a rendere più indigenti i ceti sociali più umili, ampliandone al contempo la consistenza numerica.

Dagli anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher (e del loro punto di riferimento culturale, Milton Friedman, a sua volta fan di Augusto Pinochet) è diventato egemonico un pensiero il quale vuole che lo Stato debba pensare a poco o a niente, se non a garantire la serenità ai ricchi. Una volta che gli abbienti sono stati resi lieti e giulivi (e la serenità gliela si garantisce facendogli pagare pochissime tasse), essi investiranno di più e, come orribilmente si dice, “faranno girare” l’economia. Per il resto, sempre secondo questa corrente di pensiero, il mercato è il miglior regolatore delle vicende umane, per cui se ci sono poveri è perché se la vogliono, e quindi tirino pure le cuoia che ci fanno un piacere.

Ognuno può giudicare la pochezza e la grettezza intellettuale che sono alla base del liberismo, ma commetterebbe un peccato di superficialità se non comprendesse che dette pochezza e grettezza non rimangono confinate nel regno astratto delle idee, ma si sono incarnate e si incarnano nel concreto ambito della politica. È curioso che i governi del mondo capitalista, per tentare di uscire dalla crisi successiva alla grande espansione economica durata fino al 1973, non abbiano saputo fare di meglio che ridurre ai minimi termini il welfare state e abbassare i salari delle classi lavoratrici. È curioso ed è anche dimostrazione di una completa incapacità delle classi dirigenti di leggere i fenomeni socio-economici.

La crisi post-1973 (quella che emblematicamente Eric J. Hobsbawm ha definito “la frana”) è di carattere non congiunturale, bensì strutturale: nessun sistema economico ha potenzialità infinite di crescita, e di questo dovremmo essere straordinariamente felici in quanto i costi in termini ambientali dell’età aurea del capitalismo sono insostenibili per il nostro pianeta. Saggezza vorrebbe che a questa stagnazione (ammesso che sia giusto chiamarla così) corrisponda una politica di contrasto basata sulla redistribuzione non solo dei redditi, ma addirittura del bene-lavoro, da attuare mediante una riduzione degli orari di attività lavorativa. Il grande avanzare della tecnologia ha infatti reso il bene-lavoro una rarità e il meccanismo perverso del mercato (quello che rende costoso tutto ciò che è raro, vale a dire tutto ciò che ha un’elevata richiesta e un’offerta molto limitata) ha fatto il resto. Poiché non si può vivere senza un reddito (domanda rigida), tutti siamo costretti a lavorare e il grande capitale ha avuto gioco facile nell’offrire condizioni lavorative sempre meno gratificanti alla forza-lavoro (o, per dirla diversamente, nel vendere il bene-lavoro a prezzi sempre più alti). I governi – e, duole assai dirlo, la quasi totalità delle forze sindacali – hanno ritenuto opportuno assecondare queste tendenze, invece che combatterle, scavando la fossa ai lavoratori. In questo sta la stoltezza delle politiche liberali: esse non pongono un freno alla macchina lanciata a folle velocità in una discesa ripidissima, ma ne schiacciano l’acceleratore. Qualcuno obietterà che parlare di stoltezza è fin troppo generoso perché il termine più adatto sarebbe quello di criminalità, e non sarò certo io a negare il diritto al lettore di chiamare le cose con il loro vero nome, ma questo è un altro discorso.

Lasciare ai lavoratori attuali una pensione da fame significa lasciare allo Stato dei costi sociali ed economici che domani si squaderneranno in tutta la loro drammaticità. Qualcuno dovrà pure occuparsi, un giorno, di questi uomini e queste donne che avranno pochi soldi per garantirsi una vecchiaia dignitosa (ove dignitosa vuol dire esattamente ciò, non lussuosa, né agiata): poiché i privati non lo faranno (i privati intervengono solo dove si può lucrare, e sui poveri ciò non è possibile, a meno di non poter rivendere il loro sangue), sarà lo Stato a doverlo fare. Il cane si morderà la coda, perché l’intervento dovrà attuarsi con un incremento della tassazione che andrà a colpire i ceti meno abbienti e creerà nuova povertà e quindi nuovi bisogni. Sarà il trionfo dei circoli viziosi.

Il monetarismo, la sua visione dell’inflazione come il demonio assoluto (fosse vivo Federico Caffè avrebbe di che argomentare) e il liberismo sono la vera e unica causa della nostra situazione attuale. La distribuzione del lavoro, la politica della piena occupazione, un welfare state forte e basato non su elargizioni monetarie, bensì su servizi moderni sono la ricetta per uscire dalla crisi. Crisi che, basandosi la nostra economia sui consumi privati, ha il non trascurabile effetto collaterale di minare alla base lo stesso capitalismo.

Gli economisti senza etica né cultura forgiati in scuole di dubbia qualità intellettuale, i sacerdoti del capitalismo, i suoi cantori lautamente retribuiti, stanno inconsapevolmente assassinando anche il loro totem. Questa sarebbe un’eccellente notizia, se non fosse che, con esso, uccidono anche la nostra qualità della vita e la democrazia.

Passiamo alle cose contingenti: il ministro Giulio Tremonti ha dato ripetutamente del cretino al suo collega Renato Brunetta (1). Tremonti, malgrado qualcuno insista inopinatamente a sostenere il contrario, è un pessimo ministro dell’economia (il nostro debito pubblico è del tutto fuori controllo malgrado egli abbia tagliato tutto il tagliabile, mentre l’evasione fiscale raggiunge vertici clamorosi), ma ha un’altissima considerazione di sé e pronuncia spesso giudizi tranchant. Ora, dare del cretino a Brunetta – sia detto con tutto il rispetto – sarà anche offensivo ma pare cogliere alcuni difficilmente contestabili aspetti di verità.

Stamattina è però emerso che contro il deputato Pdl Mauro Milanese è stato emesso un ordine di cattura da parte della magistratura napoletana, la quale indaga sulla cosiddetta P4 (2). Milanese, oltre a far parte di quello che Angelino Alfano vorrebbe fosse il partito degli onesti, è un fedelissimo di Giulio Tremonti. Egli fino a pochi giorni fa rivestiva il ruolo di suo consigliere politico e gli pagava l’affitto di casa, una dimora modesta come si addice a un individuo francescano e integerrimo come Tremonti: il canone mensile di locazione dell’abitazione tremontiana ammonta infatti ad appena 8.500 Euro (3).

Chissà cosa ne pensa di questa vicenda Brunetta (che peraltro domani si sposa): forse, in cuor suo, dirà che il vero cretino è proprio Tremonti, e nemmeno lui avrebbe torto nel pensare ciò del detestatissimo collega.

Mal comune, mezzo gaudio, potrebbe affermare qualcuno.

Mal comune, rovina completa, invece, se si pensa che questa gente governa il paese da anni, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.



Da http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/410312/

Economia
06/07/2011 - UNO STUDIO DI UNIPOL E CENSIS

"Generazione mille euro" anche al momento della pensione Chi smette di lavorare nel 2050 avrà meno del primo stipendio.
Allarme per precari e autonomi: "Il costo sociale è preoccupante"


MILANO
Meno di 1.000 euro al mese, meno che a inizio carriera, per quasi un giovane su due quando smetterà di lavorare. Il quadro è quello tracciato dai risultati del primo anno del progetto "Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali" di Censis e Unipol: il 42% dei giovani, tra i 25 e i 34 anni, lavoratori dipendenti di oggi - dice - andrà in pensione intorno al 2050 con meno di 1.000 euro al mese.

«Sono proiezioni molto opinabili», commenta il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, secondo cui è difficile «divinare percorsi lavorativi complessi, che credo neanche la zingara sarebbe in grado di disegnarci». La ricerca - sulla base della stima elaborata dal Censis su dati Istat e Ragioneria generale dello Stato - sottolinea come attualmente i dipendenti in questa fascia di età che guadagnano una cifra inferiore ai 1.000 euro siano il 31,9%. «Ciò significa che in molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera», spiega l’indagine.

La previsione riguarda solo «i più "fortunati", cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono 1 milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano». Sacconi evidenzia «la necessità di organizzare sempre più forme di previdenza, di assistenza, di sanità complementare». E proprio sulla previdenza complementare fa sapere che «molto presto» convocherà le parti sociali «per fare una grande campagna di adesione». Critica la Cgil che parla di futuro previdenziale a «rischio» per i giovani, i «nuovi poveri» di domani: con le norme attuali, dice il segretario generale Susanna Camusso, «le pensioni del futuro saranno troppo basse, assolutamente insufficienti. E non vale - aggiunge - scaricarle in termini di responsabilità sui giovani, dicendo che non fanno subito la previdenza complementare». Anche il leader della Uil, Luigi Angeletti, bolla la stima sui giovani come «proiezioni assolutamente improbabili».

Il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, riconosce che «nessuno fa niente per cambiare la situazione». Il rapporto ricorda, infine, la proiezione della Rgs secondo cui «a fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi), mentre gli autonomi vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40% (a 68 anni con 38 anni di contributi)».







NOTE
(1): Cfr. http://www.repubblica.it/economia/2011/07/07/news/tremonti-18782422/
(2): Cfr. http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/07/07/news/si_allarga_l_inchiesta_su_milanese_scattano_perquisizioni_a_roma-18787152/
(3): Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2011/07/07/news/la_casa_romana_di_tremonti_a_carico_di_milanese-18816832/