2011.08.28 - Sul porno femminista


Lo ammetto: mai prima dell’altro giorno avevo sentito parlare di Erika Lust. La signora è una trentaquattrenne svedese che svolge un lavoro, per così dire, inusuale: regista di film hard.

A suo dire, il cinema da lei diretto è un porno femminista che serve a emancipare la donna, a convincerla dei propri mezzi e a emanciparla dalle convenzioni sociali. Non proseguo oltre nel riassumere la sua visione del mondo, perché Erika Lust ha esposto con puntualità il suo pensiero a Laura Preite de “La Stampa” nell’intervista che riporto sotto. Dirò invece quel che penso io, che di certo è meno interessante di quello che sostiene Lust.

Chiunque lo diriga, il cinema porno è una rappresentazione della sessualità. Come tutte le rappresentazioni, è artefatta, ma probabilmente il suo grado di distanza dal reale è superiore rispetto alla maggior parte della cinematografia, con l’esclusione dell’horror. Esiste un’ambizione artistica nel cinema porno? Decisamente no, anche se questo non vuol dire affatto che i film hard non siano girati bene da un punto di vista tecnico o che in questo ambito non lavorino persone di grandi capacità. Intendo però dire che gli attori e le attrici che lavorano nell’hard non possiedono spessore artistico. Senza giraci intorno, le donne sono prostitute che scelgono questa carriera perché la reputano redditizia. Gli uomini, sostanzialmente, idem.

Ognuno di noi può ritenere più o meno condivisibile una simile scelta di vita sotto il profilo morale, ma se si tratta di una scelta e non di una costrizione non esistono motivi per opporsi: in nessun paese civile la prostituzione è reato, a differenza dello sfruttamento della medesima, che è pratica riprovevole. Eviterei ipocrisie: nessuna attrice hard è stata costretta a fare il mestiere che fa, per cui non ci troviamo di fronte a povere vittime del sistema o a candide fanciulle traviate dal diavolo tentatore. Si tratta di donne le quali hanno deciso che intraprendere una certa attività professionale è conveniente e meno faticosa rispetto al lavoro in fabbrica; l’unica peculiarità è che svolgono il mestiere più antico del mondo in maniera non troppo usuale. Non fanno prostituzione di alto bordo (anche se in realtà non è così, parte importante delle attrici hard statunitense ed europee fanno anche le escort), ma la fanno davanti a una cinepresa. Lo stesso dicasi per i maschi.

Il cinema porno, dunque, non ha ambizione artistica perché è una struttura costruita sul meretricio, non su un messaggio da lanciare. Chi vi lavora non è un/un’artista perché essere un gigolò/una prostituta non è titolo valido per essere definiti tali, anche se qualcuno che non la pensa in questo modo non è difficile da trovare (ogni riferimento a leader politici anziani, bassi, liftati e artificialmente tricodotati è voluto e consapevole).

Se il porno non ha un’ambizione artistica non è nemmeno un mezzo che serve all’emancipazione di un singolo individuo e/o di uno o più gruppi sociali. Non vorrei passare per il libertino che non sono, ma non penso nemmeno che il cinema porno sia particolarmente offensivo per la figura della donna, perché se lo fosse allora lo diventerebbe anche per il maschio (mettersi a copulare davanti a una telecamera per il ludibrio altrui non è gratificante per nessuno, presumo). Ciò detto, però, se il porno non è lesivo per la dignità di chi lo fa, non vedo come e in che modo possa essere costruttivo per chi legittimamente ne fruisce. Vedere un film porno non è un peccato, può costituire un hobby, può servire a pratiche legate alla sessualità e tutto quello che si vuole (tutte cose che, come si vede, non hanno alcuna ragione per essere condannate), ma il progresso degli individui e delle masse passa per altre strade.

Affermo tutto questo perché mi pare che Erika Lust sia una gran furbacchiona. Molte cose che lei dice sono condivisibili, e sarà facile per chiunque confrontare quanto da me scritto con quanto da lei sostenuto per vedere ciò che, per così dire, ci unisce. Altre cose, però, mi infastidiscono: cosa vuol dire fare un porno femminista? Ma davvero si pensa che il progresso sociale della donna (non diversamente da quello dell’uomo) passa per le scene che le (e gli) si mostrano per farla (farlo) masturbare?

In cosa saranno mai diversi gli hard movie di Erika Lust rispetto a quelli di un regista maschio? La giornalista de “La Stampa” scrive che nelle pellicole della Lust “Il piacere femminile è protagonista e c’è molto poco dei ‘porno’ tradizionali, con la loro massiccia dose di stereotipi e orgasmi finti”. Ritenevo che un orgasmo finto fosse tale a ogni latitudine e in ogni stagione, oltre che su ogni set cinematografico, ma evidentemente qualcuno non la pensa così. Per quanto concerne gli stereotipi sessuali, esiste una varietà talmente ampia di gusti e di pratiche erotiche da rendere il concetto di “stereotipo” del tutto insensato. Peraltro, quando le persone si rispettano, non esistono comportamenti sessuali esecrabili, noiosi, stereotipati o altro; esiste la sessualità, che ognuno è libero di vivere come meglio crede. Ma forse sono cose difficili da comprendere…

Non lo nego: mi piacerebbe che Lust mi spiegasse quale differenza passa tra una sodomizzazione di un porno diretto da un maschio e quella di un film dall’atmosfera bohemienne come quelli che lei afferma di girare. Gradirei anche che la regista svedese mi illustrasse come l’ambientazione underground dei suoi lungometraggi modifichi le modalità di pratica di una fellatio. Davvero, sarebbe interessante, perché a me queste cose sfuggono. Temo però che non avrei risposte, e che se anche le avessi, rimarrei della mia opinione.

Erika Lust ha trovato un lavoro che le piace e ne siamo contenti: non tutti hanno la stessa fortuna. A mio avviso, ha trovato anche un modo di promuoverlo: dire in modo interessato che la sua è una pornografia diversa rispetto a quella tradizionale, ammantandola di valori femministi e sociali che – mi si perdoni la visione tradizionalista del mondo – meritano invece portabandiera, contesti e cause migliori.

La pornografia non è un’arte, né un peccato, né una pratica più disdicevole di altre. Per chi ne fruisce è una questione privata: per chi la fa, è un modo per arrivare alla fine del mese meglio di quanto non ci arrivino operai, impiegati, precari e disoccupati. Dura finché dura, fino a quando il fisico regge allo stress e a uno stile di vita non esattamente sobrio, poi ci saranno altri glutei, altri seni e altri genitali da esibire, sempre uguali e sempre diversi. Purtroppo, temo ci saranno anche altri cretini che tenteranno di rivestire ciò che fanno con una patina di valori artistico-sociali che non ci sono, né possono esserci, e ci saranno pure i poco accorti che ci cascheranno. Come diceva Lucio Dalla in una sua splendida canzone, “saranno sempre i troppo furbi/ e i cretini di ogni età”.



Da http://www3.lastampa.it/spettacoli/sezioni/articolo/lstp/417048/

Spettacoli
26/08/2011 – INTERVISTA
Erika Lust: "Il porno femminista? Sessualità e piacere senza stereotipi"
La regista svedese: «Combatto per superare tabù e pregiudizi nei confronti delle donne»

LAURA PREITE


Erika Lust è impegnata nella post produzione del suo ultimo film, "Cabaret desire" (il trailer: cabaretdesire.com) che uscirà ai primi di ottobre. Il suo vero nome è Ellinor Hallqvist, ha 34 anni, vive a Barcellona ma è originaria di Stoccolma, dove realizza film pornografici per sole donne. Un mercato ancora timido, quello della pornografia e dei gadget sessuali rivolti specificatamente al pubblico femminile, ma che cresce velocemente. Gli ultimi dati Nielsen (purtroppo risalenti al 2009) segnalano che in media sono donne il 29% del totale dei visitatori dei siti internet a luci rosse. Nei film della Lust le storie sono semplici, (il ragazzo che consegna la pizza, l’incontro occasionale, la moglie tradita che si vendica) ma la qualità delle riprese e il montaggio sono professionali e soprattutto, non c’è alcuna vittimizzazione delle attrici.

Il piacere femminile è protagonista e c’è molto poco dei "porno" tradizionali, con la loro massiccia dose di stereotipi e orgasmi finti. Dopo gli studi in Scienze Politiche e femminismo all’università di Lund, nel 2004 l’allora neolaureata svedese gira la sua prima pellicola "The Good Girl" (la brava ragazza), premiata al festival del cinema erotico di Barcellona. Qui, dove era solita andare in vacanza, trova l’amore con l’uomo che diventerà l’attuale compagno e suo produttore, da cui ha avuto due bambine di 4 anni e 9 mesi. Le chiediamo come ha iniziato e quali sono le sue motivazioni.

Come ti sei avvicinata al porno?
«Ho visto il primo film a 15 anni e sebbene fosse eccitante non potevo fare a meno di sentirmi in colpa. È stato il primo segnale che c’era qualcosa di sbagliato nell’industria pornografica tradizionale. Poi, all’Università ho studiato il femminismo e ho cominciato a pormi diverse domande. Per esempio, qual è il ruolo della donna nella società, perché ci sono così tanti pregiudizi verso le donne non sposate, perché una ragazza che ha molti partner è chiamata "puttana" mentre a un uomo non succede. E ancora, com’è possibile che i media riescano ogni giorno a creare un’immagine delle donne così stereotipata? Perché il porno è destinato solo a un pubblico maschile come se alle donne non piacesse il sesso? Perché non possono confessarlo a meno di essere considerate delle "poco di buono"? Insomma, perché il diritto a provare piacere sessuale è sempre negato alle donne? Dopo gli studi ero piena di idee su come mostrare al mondo che era possibile un altro tipo di pornografia che si concentrasse sulla sessualità e il desiderio femminile. Così ho girato il mio primo film e ho preso la decisione di trasferirmi in Spagna dove ho incominciato a lavorare per diverse case di produzione, coordinando il lavoro degli attori e la logistica».

Cosa pensano del tuo lavoro i registi dei film porno tradizionali? Vi siete mai incontrati?
«Non li incontro mai. Per quella che è la mia esperienza in Spagna, ai registi dell’industria del porno non piace quello che faccio. Pensano che il porno per il pubblico femminile non esiste,che sia solo marketing. Mi sono sentita dire varie volte di tornare al mio paese a occuparmi di barche… Non voglio rubargli il lavoro, possono fare quello che vogliono. Sto solo cercando di allargare le alternative attualmente disponibili sul mercato».

Quante persone hanno acquistato su internet i tuoi film e com’è composto il tuo pubblico?

«È difficile contare un numero preciso, sicuramente da "The good girl" ad oggi, siamo intorno alle centinaia di migliaia. Il mio business si sviluppa su internet, il che rende tutto molto più facile. Per quanto riguarda gli spettatori, sono per metà donne e l’altra metà uomini. Sono sorpresa da quanti uomini mi hanno detto di apprezzare i miei film e che il porno tradizionale li annoia».

Il tuo lavoro sarebbe diverso se fosse girato in Svezia?
«Sì, i miei film non avrebbero la stessa atmosfera bohémien, underground, misteriosa e sexy che si respira a Barcellona che è anche culturalmente più dinamica della Svezia».

Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici?

«Sono una grande fan di Sofia Coppola, adoro in particolare l’atmosfera e la fotografia dei suoi film, toglie il fiato».

La Lust è anche autrice di libri come "Erotic bible to Europe", che raggruppa gli indirizzi più trasgressivi e sexy del vecchio continente e "Good Porn, a women’s guide" pubblicato in italiano con il pudico "Per lei, guida al cinema erotico che piace anche alle donne" (Pink books edizioni), in cui l’autrice spiega il ruolo femminile nell’industria del porno, sfatando l’assunto ancora ben radicato, che guardare film a luci rosse sia solo un desiderio maschile. Inoltre, è attivissima su Facebook e sul suo blog (www.lustfilms.com/blogEn/), che aggiorna periodicamente con consigli e suggerimenti sempre dal taglio femminista.

Hai imparato qualcosa di nuovo sul sesso e l’intimità che prima non sapevi? 
«Sesso e intimità sono strettamente connessi. Il sesso non è un atto meccanico, è un’esperienza, una connessione che si stabilisce insieme a un’altra persona. Non sto parlando necessariamente di amore, ma di passione, eccitazione e piacere».


Cosa diresti alle tue figlie se decidessero di recitare in un film porno?

«Non avrei nulla da ridire se lo facessero per se stesse, ogni donna ha diritto a indagare la propria sessualità ed erotismo, purché sia in un ambiente dignitoso e sicuro. Si tratta di un lavoro rispettabile, come qualsiasi altro. Invece, non ne sarei felice se lo facessero per soldi o perché emozionalmente instabili».

E tuo marito è geloso?
«Sto dietro la macchina da presa, quindi non gli do nessuna ragione per essere geloso. Comunque è un femminista come me e condivide le ragioni che animano il nostro lavoro».

Ti definisci una femminista, ma che cosa significa per te "femminismo"? 
«Combattere ogni giorno in prima persona per superare i tabù sessuali e i pregiudizi sociali nei confronti delle donne. Vuol dire restituirci la credibilità che meritiamo, in tutti i campi della vita e della società».