2011.03.04 - La convinzione ribadita


Mu'ammar Gheddafi è un satrapo della peggior specie, un Hitler in minore. Come definire un capo di Stato che fa bombardare i suoi connazionali, che gli fa sparare contro da miliziani nascosti nelle ambulanze, che vuole perfino distruggere i pozzi di petrolio?
Ieri ha detto “La Libia sono io”, credendo probabilmente di essere Luigi XIV. La realtà, duole dirlo, è che invece quest’uomo è un profittatore, uno dei tanti affamatori di popolo che governano i paesi africani e asiatici.

Con questo individuo il nostro paese ha fatto e fa affari. I soldi, si sa, non hanno odore e forse nemmeno onore: la Libia è un paese ricco di combustibili, risorse di cui il nostro paese ha un disperato bisogno. Non solo: essa ha una posizione strategica e abbiamo pensato che stabilire con essa degli ottimi rapporti di vicinato ci consentisse di diminuire gli arrivi di disperati provenienti dall’Africa alla ricerca di un tozzo di pane. Infine, viste le nefandezze di cui ci siamo macchiati dagli anni Dieci del secolo scorso con il nostro colonialismo sciatto, crudele e crapulone, è anche una nazione con la quale abbiamo un debito morale difficilmente estinguibile. Se a ciò aggiungiamo un’altra componente, quella relativa al sostanziale isolamento diplomatico del nostro paese a causa del singolare modo di fare di Silvio Berlusconi (fateci caso: abbiamo rapporti diplomatici di rilievo solo con stati governati da farabutti), il cerchio si chiude: dovevamo avere rapporti con Gheddafi.

La politica estera è un ambito che, purtroppo, assai sovente mal si concilia con l’etica. Nella misura in cui è necessario alle finalità politiche del paese A (in questo caso l’Italia), il capo di Stato di B (in questo caso Gheddafi) diventa un uomo probo e capace, anche se è dedito alle stesse pratiche portate avanti dal dittatore del paese C, con cui invece la nazione A non scambia nemmeno una parola. Che problema c’è? Se riusciamo a ripulire perfino il denaro sporco, quali guai dovrebbero procurarci le macchie sulla coscienza?

Con questo non intendo dire che con Gheddafi non avremmo nemmeno dovuto parlare. Mi permetto solo di affermare che ci sono modi e modi di trattare con il prossimo, e forse quello di baciare le mani al leader libico non è quello più apprezzabile. A tal proposito, ieri seguivo “Le storie” di Corrado Augias, il quale aveva ospite in studio Ferruccio de Bortoli. Con il garbo e la cultura tipici di entrambi, i due discorrevano convenendo su un fatto: anche Giulio Andreotti era (ed è) filo-arabo, però la mano a Gheddafi non l’avrebbe mai baciata. Forse è vero, però c’è anche chi dice che Andreotti abbia baciato mani non meno insanguinate e corrotte di quelle di Gheddafi. La rettitudine morale, insomma, non è mai stata il punto di forza delle classi di governo dell’Italia repubblicana.

Sulla pelle dei libici (e non solo) si gioca anche un’altra partita. Il nostro ministro degli Interni, Roberto Maroni, ritiene che l’Italia non sia in grado di gestire da sola il prevedibile (e in parte già iniziato) sbarco sulle nostre coste di persone sfuggite alla guerra. Maroni arricchisce queste sue convinzioni affermando anche che Al Qaeda potrebbe collocare degli infiltrati sulle barche della disperazione per farli arrivare in Italia e consentirgli di creare qualche cellula fondamentalista. Con tutto il rispetto per il ministro, se Al Qaeda vuole infiltrare qualcuno per mandarlo in Italia non gli fa correre il rischio di morire rovesciato in mezzo al mare, bensì gli fa avere dei documenti falsi e lo imbarca su un aereo.

La realtà è che Maroni ha fatto questo discorso o per accattivarsi le simpatie popolari e consentire così l’uso del pugno di ferro contro i migranti, oppure perché difetta un po’ di logica. In ogni caso, egli ha affermato che della questione dei migranti deve occuparsi l’Europa nella sua totalità: qui il discorso non è peregrino e si deve riconoscere al ministro di aver detto una cosa di buonsenso. Tuttavia, occorre vedere qual è la ragione che ha portato Maroni a dire ciò. Può benissimo darsi che Maroni, visto il partito in cui milita, voglia sostanzialmente dire: “Io non voglio che tutta questa gente entri in Italia, per me può anche morire in mare”. Ecco, io credo che l’Unione Europea abbia lo stesso dovere dell’Italia di aiutare le persone in difficoltà, e tutto questo a prescindere dalla pochissima considerazione che a Bruxelles nutrono per Silvio Berlusconi. Se però Maroni – e con lui tutto il nostro Governo – avesse pensato davvero che, in fondo, chi viene dall’Africa può anche morire, significherebbe che il suo modo di pensare assomiglierebbe in modo pericoloso a quello di Gheddafi. Ciò spiegherebbe perché il leader libico abbia trovato una così calda accoglienza in Italia qualche mese fa, ma ribadirebbe in modo inequivocabile la convinzione che il paese in cui viviamo è caduto terribilmente in basso.